L'altro ieri Ferruccio de Bortoli, su queste pagine, ha ricordato alcuni errori compiuti da noi giornalisti. Un’onesta autocritica alla quale mi permetto di aggiungere un altro mea culpa: per l’uso sbagliato, a volte scellerato, delle inchieste giudiziarie. Checché ne dicano i Cinque Stelle, siamo stati noi a spianar loro la strada, dipingendo un Paese più corrotto e disonesto di quello che è. E contribuendo così a far crescere una rabbia, un rancore che ancora avvelena l’aria. (Quando scrivo «noi» non mi riferisco ovviamente a questo giornale, ma alla nostra categoria).

A questo tema s’è fatto cenno l’altro ieri a Bologna in un convegno sulla giustizia penale promosso dall’associazione ‘Fino a prova contraria’, guidato da Annalisa Chirico, una giornalista: ed è importante che sia una giornalista a farci riflettere su come e quanto i giornali abbiano spesso sposato un giustizialismo (peggio: un forcaiolismo) becero, irrazionale e irragionevole, che ha rovinato centinaia e centinaia di persone, in buona parte poi assolte dopo inchieste infinite, e senza la riparazione mediatica che avrebbero meritato.

Ho seguito, come cronista del Corriere della Sera, tutta la prima parte della famosa inchiesta Mani Pulite del ’92, e credo che molto sia cominciato allora. Convinti che la corruzione ci fosse (e c’era, eccome se c’era), noi cronisti giudiziari partimmo lancia in resta con l’idea di aver il compito di moralizzare, anziché quello di informare. Avevamo un orribile pregiudizio (tuttora prevalente) secondo il quale il pm è sempre nel giusto perché è un dipendente dello Stato, mentre l’avvocato difensore è un signore pagato da un privato per farla franca. E ancor di più sbagliammo – e continuiamo ahimè ancor oggi a sbagliare – nell’enfatizzare un avviso di garanzia come una condanna definitiva.

Sono – e resto – convinto che i giornali diano sempre più garanzie della mitica Rete, nella quale disinformazione e diffamazione sono totalmente impunite e fuori controllo. Ma proprio perché noi giornalisti saremo sempre insostituibili per la libertà e la democrazia, è necessario, anzi vitale, che ci facciamo una serie di esami di coscienza.