La pur deprimente immagine dell’assembramento di deputati che si azzuffano alla Camera è in fondo una buona notizia: sta a significare, simbolicamente, che il lockdown è finito, che si torna alla normalità.
È però, appunto, una normalità. Ci eravamo illusi che il flagello dell’epidemia ci avrebbe resi tutti migliori. Anche i politici avevano assicurato, all’inizio, che sarebbero stati tutti uniti per il bene del Paese, passando sopra a divisioni, interessi di parte, vecchi e nuovi rancori. Invece, sono tornati litigiosi come e peggio di prima.
Ma non me la prendo solo con i politici. Temo che il discorso riguardi ciascuno di noi..

A vevamo sperato e perfin scritto che la sofferenza ci avrebbe resi più attenti, innanzitutto, al dono della vita, che diamo sempre per scontato come se fosse un nostro diritto e non invece qualcosa che ci è data.
Poi, l’economia. Le privazioni - pur limitate e provvisorie - ci avrebbero dovuto far prendere coscienza che abbiamo avuto la fortuna di capitare nella parte più ricca del mondo e della storia: quella che ci ha garantito il necessario (in abbondanza) e pure il superfluo. La crisi economica straordinaria seguita a soli due mesi di stop avrebbe dovuto farci riflettere sul fatto che questo nostro sistema ha una sua fragilità e forse una sua menzogna.

E poi l’accorgersi che durante il lockdown siamo stati tenuti vivi dai lavoratori meno pagati: gli infermieri, i rider, le commesse dei supermercati, i postini, i carabinieri i poliziotti e i militari, gli edicolanti, gli operai che hanno continuato a produrre i beni di prima necessità, i camionisti che li hanno trasportati... Se il loro lavoro è così essenziale, perché sono pagati meno di coloro di cui si è potuto fare a meno? Non è forse il segno di un’ingiustizia sociale di cui ora si dovrebbe tenere conto?
E ancora il valore del tempo: imparare a far scorrere le ore lente dentro gli anni veloci. Vedo però che siamo già tornati all’insofferenza per una semplice attesa in coda.

Ma era sbagliato pensare al lockdown come a una sospensione della nostra complessa umanità. Abbiamo tutti memoria, ora, di aver fatto cose buone e altre che non ripeteremmo. Perché così è la vita, la vita di sempre. Che è fatta di salute e di malattia, di gioie e di sofferenze e di errori, ma soprattutto di una bellezza che dovremmo essere sempre capaci di cogliere e di respirare, sapendo che il domani non è mai prevedibile.