Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (Ansa)
Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (Ansa)

Roma, 8 febbraio 2019 - Per ora tutti smentiscono. I due azionisti di maggioranza dell’esecutivo gialloverde giurano, un giorno sì e l’altro pure, che non ci sarà alcuna manovra correttiva. Né, tantomeno, una patrimoniale sulla casa. Anzi, quanto risulta, il numero uno del Carroccio starebbe addirittura pensando al secondo modulo della Flat tax, da far scattare nel 2020, per circa 10 miliardi. In realtà, però, dietro le quinte, nel governo si sta preparando anche un piano ‘B’. Il dossier è nelle mani dei tecnici del Mef e dei consiglieri economici dei partiti della maggioranza. Due, in particolare, gli elementi che hanno fatto scattare l’allarme. Il taglio della crescita del Pil che, quest’anno, non dovrebbe superare lo 0,2%, portando il deficit a ridosso del 2,5% e obbligando l’Italia ad una manovra correttiva che potrebbe arrivare ai 9 miliardi di euro.

Ma, a preoccupare, c’è anche il fatto che nel primo trimestre del 2019 ci sono 64 miliardi di Bpt da rimborsare, oltre a 23 miliardi di Bot. 

Per ora lo spread viaggia su 240 punti base, 80 in meno rispetto al picco di novembre 2018, ma sempre il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Se qualche asta dovesse fare flop, il Tesoro potrebbe essere costretto a correre ai ripari, chiedendo agli italiani nuovi sacrifici per non mettere in discussione le due misure chiave: Quota 100 e Reddito di cittadinanza. 
Imu sulla casa: nei Palazzi che contano è più di un’ipotesi. Ancora una volta, per far quadrare i conti, nel mirino potrebbe tornare la casa, il bene tradizionalmente più tassato. L’idea sarebbe di far lievitare l’imposta sugli immobili fino al 5%, nell’ipotesi migliore. O al 7%, in quella peggiore.

L’aumento non scatterebbe per tutti. Ci sarebbero clausole di salvaguardia che escluderebbero le fasce di reddito basse. Si ragionerebbe sui metri quadri degli appartamenti ma anche sul reddito del nucleo familiare. La ‘patrimoniale’ sarebbe concentrata sui patrimoni più ricchi, sul modello di quello che vorrebbe fare in Francia, Macron. Proposta che, a determinate condizioni, potrebbe avere sicuramente l’appoggio esterno della Cgil di Landini.
 
L’altro dossier sul tavolo dei tecnici dell’Economia è quello sull’Iva. Le clausole di salvaguardia firmate dal governo per avere il via libera dell’Ue alla manovra, costerebbero oltre 50 miliardi nei prossimi due anni. Nella relazione tecnica al maxi-emendamento che ha recepito l’intesa con Bruxelles, è previsto il congelamento delle aliquote per il 2019. Ma non si esclude un aumento nei prossimi due anni. In particolare, l’aliquota del 10 potrebbe salire al 13% e quella del 22 al 25,3% nel 2020. Una gelata per i consumi. 

Di qui l’ipotesi di una rimodulazione selettiva degli aumenti, che renderebbe meno salato il conto delle clausole e consentirebbe di recuperare risorse da spostare sul capitolo riduzione del deficit. Intanto, a dare un piccolo aiuto al bilancio del 2019 ci potrebbe essere il congelamento delle spese ai ministeri già previsto in manovra. Un tesoretto di due miliardi che potrebbe essere utilizzato a metà anno.