PATTO o prospettive condivise? Si è implicitamente chiesto Mario Draghi a Confindustria. La differenza non è meramente lessicale perché nel primo caso si tratta di scambi faticosi nel superiore interesse della nazione, nel secondo di obiettivi accettati cui tendere con comportamenti liberi e responsabili di ciascuno dei sottoscrittori. A partire dal governo. L’esperienza ci ricorda patti tripartiti impegnativi per sconfiggere la trappola dell’inflazione attraverso il superamento della scala mobile, per garantire stabilità monetaria mediante una manovra straordinaria di ben 100 mila miliardi, per dare impulso all’occupazione con l’introduzione di flessibilità nel mercato del lavoro. È lecito verificare quindi se oggi vi siano le condizioni politiche e sociali per importanti concessioni degli attori sociali. Un patto implica...

PATTO o prospettive condivise? Si è implicitamente chiesto Mario Draghi a Confindustria. La differenza non è meramente lessicale perché nel primo caso si tratta di scambi faticosi nel superiore interesse della nazione, nel secondo di obiettivi accettati cui tendere con comportamenti liberi e responsabili di ciascuno dei sottoscrittori. A partire dal governo. L’esperienza ci ricorda patti tripartiti impegnativi per sconfiggere la trappola dell’inflazione attraverso il superamento della scala mobile, per garantire stabilità monetaria mediante una manovra straordinaria di ben 100 mila miliardi, per dare impulso all’occupazione con l’introduzione di flessibilità nel mercato del lavoro. È lecito verificare quindi se oggi vi siano le condizioni politiche e sociali per importanti concessioni degli attori sociali. Un patto implica infatti decisioni difficili come la volontà diffusa delle imprese di riconoscere processi di investimento nelle competenze e aumenti retributivi (nonché nuovi inquadramenti) skill based. E dei sindacati di accettare riorganizzazioni aziendali che implicano la transizione di molti a nuovi rapporti di lavoro. Non avrebbe senso definire patto ogni documento privo di reciproche concessioni. In questo caso meglio parlare di ‘prospettive condivise’, ovvero di mete da conseguire attraverso la ricerca, di volta in volta, di accordi parziali o la libera determinazione di atti di governo coerenti con esse. La soluzione peggiore è la retorica di accordi vuoti o realizzati nel solo rinvio alla spesa pubblica bloccando l’azione di governo.

L’obiettivo di incentivare addirittura due transizioni, quella digitale e quella ecologica, pone l’esigenza di non ingessare il mercato del lavoro ma, all’opposto, di accompagnare tutte le persone coinvolte nelle corrispondenti transizioni occupazionali. La flessibilità diventa quindi una esigenza innanzitutto dei lavoratori la cui attesa forzosa in una condizione passiva, ancorché tutelata, accentua poi le difficoltà della riconversione professionale. Solo l’ingresso di una cultura dei doveri, anche dei lavoratori, può indurre ogni percettore di sussidio ad avvertire la responsabilità di cercare una vita attiva e la comunità in cui è inserito a pretenderla.

La mobilità in mercati del lavoro sempre più transizionali non si realizza più attraverso i servizi di mero incontro tra domanda e offerta, tipici dei mercati tradizionali nei quali le transizioni erano rare e le competenze tipizzate e costanti nel tempo. Oggi, e sempre più nel divenire imprevedibile, il modo di accompagnare ad una nuova occupazione, o di sopravvvere nella stessa, consiste nella individuazione del potenziale employer e del percorso di riqualificazione professionale di “quella” persona. Si tratta di dotare ogni disoccupato o inoccupato di un assegno liberamente spendibile per migliorare le proprie competenze e abilità anche attraverso il sostegno professionale di facilitatori privati o pubblici. E in questa seconda ipotesi, meglio i navigator (o similari) degli amministrativi bloccati nei centri per l’impiego. Quanto invece all’offerta, questa si può ragionevolmente riqualificare solo nei territori ove, in prossimità alla domanda, le imprese possono guidare la formazione e lo sviluppo di esperienze di formazione tecnica superiore, prendere in carico giovani meritevoli dalla più tenera età, realizzare corsi universitari tarati sulle caratteristiche del mercato locale del lavoro.

Una considerazione specifica meritano i fondi interprofessionali costruiti sul prelievo obbligatorio dello 0,30% sul monte salari e da tempo paralizzati dalle disposizioni pubbliche sulle modalità di spesa. Le ingenti risorse bloccate nei conti correnti sollecitano o un diverso atteggiamento del regolatore pubblico o l’abbandono della fonte legislativa del prelievo per preferire quella contrattuale, che si applicherebbe erga omnes ma conserverebbe natura privatistica. La sussidiarietà è da anni un criterio costituzionale. Nel Pnrr rimangono invece riflessi statalisti e centralisti in materia di lavoro. Draghi provveda se vuole almeno ‘prospettive condivise’ che includano anche Confindustria e Cisl.

* Ministro del Lavoro

dal 15 dicembre 2009

al 16 novembre 2011