Imu
Imu

Roma, 9 dicembre 2019 - La caccia ai furbetti dell’Imu è cominciata da tempo. Ben prima della stretta contro le false prime case contenuta nell’emendamento alla manovra presentato dal relatore di maggioranza e già bocciato dal governo. Il fenomeno, infatti, è ben noto all’Agenzia delle Entrate e sottrae al fisco una montagna di quattrini.

Secondo le ultime rilevazioni, su un’evasione Imu che ogni anno supera i 5 miliardi, almeno il 10% (500 milioni) potrebbe essere attribuita proprio al fenomeno delle prime abitazioni ‘fantasma’. Il meccanismo, di solito, funziona così: uno dei due coniugi prende la residenza nel comune dove si trova l’immobile di sua proprietà e lo fa diventare abitazione principale, risparmiando su Imu, Tasi e Iva (aliquota ridotta dal 10 al 4%). Un bel risparmio. Soprattutto se la seconda abitazione è di valore. È successo, ad esempio, nelle isole del Golfo di Napoli, fra Capri e Ischia, con un migliaio di contribuenti finiti nel mirino delle Fiamme Gialle.

Ma anche in Puglia è stato scoperto uno strano villaggio turistico dove 450 famiglie abitano tutto l’anno in altrettanti villini. Il comune di Genova ha da tempo messo sotto la lente le false residenze fra Albisola e Rapallo. Sulla costa livornese, c’è stato il caso di una villa di 16 stanze, valore un milione di euro, dichiarata come prima abitazione ma utilizzata solo nel periodo estivo. Non era un caso isolato: la Guardia di Finanza ha scovato oltre 230 immobili che non erano affatto prime case.

Naturalmente, i controlli non sono per niente facili. In Italia, infatti, le abitazioni principali (comprese le pertinenze) sono più di 30 milioni. Il 62% dell’intero stock immobiliare. Le seconde case, invece, sono il 17%, 6,5 milioni. A queste occorre poi aggiungere i 2,1 milioni di abitazioni di cui non si conosce l’utilizzo e dove, probabilmente, si annida buona parte dell’evasione. Una prima stretta sull’Imu è già stata decisa nel 2016. Prima della riforma, infatti, il controllo sull’effettivo cambio di residenza avveniva entro 45 giorni dalla dichiarazione e, di solito, previo appuntamento.
Ora la vigilanza è continua: per la Corte di Cassazione, infatti, o i due coniugi che vivono in due residenze si separano ufficialmente o i benefici sono illeciti. Con due eccezioni: se lavorano in Comuni diversi o se abitano nella stessa casa frutto dell’accorpamento fisico di due appartamenti posti sullo stesso pianerottolo ma che, al catasto, sono rimasti distinti in due unità abitative distinte.

Già oggi, insomma, per usufruire degli sconti fiscali, bisogna avere non solo la residenza ma bisogna dimostrare di vivere nell’immobile. E bisogna stare attenti a quello che si dichiara: l’Agenzia delle entrate può incrociare le banche dati, esaminando ad esempio, le variazioni dei consumi di luce, acqua e gas. Se diminuiscono in maniera significativa per molti mesi all’anno, possono scattare i controlli. Con tanto di sanzioni, anche penali. Dichiarare la falsa residenza all’anagrafe è, infatti, un reato: falso in atto pubblico. Oltre alla segnalazione alla procura della Repubblica, il contribuente infedele perde automaticamente anche tutti benefici connessi alla prima casa e l’Agenzia delle Entrate può procedere con il recupero dell’Imu e della Tasi non pagata negli ultimi cinque anni. Una vera e propria stangata.

Fatta la legge trovato l’inganno. Sono molti i coniugi che decidono di interrompere il matrimonio solo per pagare meno tasse. Così, dopo le false prime abitazioni, il fisco dovrà occuparsi anche delle ’false separazioni’. Un fenomeno che da qualche anno a questa parte registra una forte crescita. Forse non solo per cause sentimentali.