I Beatles
I Beatles

C’è un prima, ed è quello di tutti, di tutti noi che abbiamo l’età della televisione e siamo cresciuti ascoltando alla radio ‘Bandiera gialla’ e ‘Hit parade’. E c’è un dopo, ed è il mio mestiere di giornalista iniziato soprattutto per stare vicino alla musica e a chi la faceva, visto che dopo qualche tentativo mi divenne chiaro che non sarei mai appartenuto a quella razza.
Ma voglio raccontare il prima, perché fu banale e insieme speciale, una specie di “corso casalingo” di introduzione solitaria alla musica… per acqua.
Il sabato, il sabato pomeriggio di un ragazzo delle medie negli anni Sessanta, cominciava di rigore col bagno settimanale tornato da scuola, senza il quale la mamma ti impediva di uscire con gli amici. Eccomi lì, immerso nell’acqua calda, a mollo, con la radio a tutto volume. C’è Gianni Boncompagni che lancia le novità della settimana, è il gennaio del 1966. Mentre mi faccio lo shampoo parte il riff di Day tripper dei Beatles: riemergo dall’acqua del bagno colpito nel segno. Niente sarà più come prima. È più del pallone, dei compiti a casa, delle figurine dei calciatori, della partita nel campetto sotto casa, persino più della mia fiammante Legnano con cui scorrazzo fra le rogge della periferia sud di Milano o verso il centro fino alle colonne di San Lorenzo. È la musica: neanche 3 minuti di assoluta perfezione, chitarre, basso, tamburello e batteria che partono uno dopo l’altro, il chorus a tre voci, gli stop della batteria quando riparte il riff , il finale coi controtempi… Capisco che ‘io’ ci sono, ci sono attraverso quel riff, quelle chitarre, quelle voci, quella musica. Sono la mia voce, la mia lingua anche se non ho la più pallida idea di cosa significhino quelle parole cantate in inglese. So che sono il mio tempo, la mia identità, la mia idea di bellezza e di giovinezza; e il bello è che quando parte quel riff mi fa lo stesso effetto anche oggi, a distanza di più di cinquant’anni. E poi c’è un altro bagno e un altro pomeriggio del 1966, ma questa volta capisco persino le parole. L’anno è lo stesso ma la rivoluzione è ancora più totale. “Prendo il giornale e leggo che/di giusti al mondo non ce n’è…”. È il ‘Mondo in MI Settima’ di Adriano Celentano, dura più di 6 minuti, parla della crisi del pianeta e ha dentro una chitarra elettrica libera, sporca e cattiva che non ho mai sentito prima, neanche dai Beatles. Un solo accordo fisso, il beat della batteria, i fiati, l’armonica, la voce disordinata e bellissima, che ride, canta, spiega, parla, fa quello che vuole e dice che il mondo è un casino: “Questa terra è il monopolio delle idee sbagliate… E se noi tutti insieme in un clan ci uniremo cambierà questo mondo… se noi daremo una mano a chi ha più bisogno ci sarà solo amore”. Il tutto si chiude su una loop infinita, che sembra non interrompersi mai, in totale libertà. Ecco: la canzone italiana può essere totale libertà: messaggio, gioco, pensiero.
I cantanti non sono solo cantanti , la canzone non è solo canzone. Quei bagni del sabato alla radio sono stati il mio corso segreto di formazione, lì ho scoperto gli archi di Eleanor Rigby che qualche anno dopo mi faranno innamorare dei Quartetti per archi di Beethoven, e poi Good vibrations dei Beach Boys con Il cielo di Lucio Dalla, Mogol/Battisti e al ginnasio Venditti che manda i suoi primi nastri a ‘Per voi giovani’ con La buona novella di De André più amata delle versioni di greco. E poi Gaber, De Gregori, Paolo Conte, Francesco Guccini, Ivano Fossati...
La canzone fa storia involontariamente, mentre si diverte a giocare e persino a far soldi. È arte imprevista, storia a posteriori, non ha certezze di scopo e di successo, anche se tutti lo credono. Io le devo molto, persino un mestiere tutto fatto di parole su di lei, ma sempre partendo da un amore appassionato. Per questo ringrazio tutti coloro che l’hanno cantata, creata, diffusa. La nostra vita senza di lei sarebbe stata un’altra, e forse anche il nostro Paese.