Michele Ruffino si è ucciso a 17 anni lanciandosi da un ponte
Michele Ruffino si è ucciso a 17 anni lanciandosi da un ponte

Torino, 13 marzo 2018 - Il 23 febbraio alle quattro del pomeriggio Michele Ruffino si è ammazzato lanciandosi da un ponte di Alpignano, vicino a Torino. Aveva 17 anni. La cronaca, in maniera sbrigativa, ha liquidato il suicidio come frutto della depressione. Senza potere spiegare da dove arrivasse l’ombra scura, assieme al coraggio di scavalcare il parapetto e ficcarsi nel punto più tumultuoso del torrente. Al funerale c’era tanta gente. Non tutte brave persone. Qualcuno ha sentito uscire queste parole dalla bocca di un ragazzino davanti alla sua fotografia: «Da vivo era molto più brutto».
 
Una persecuzione che la morte non ha estinto. I bulli che hanno reso impossibile la vita di Michele lo hanno incalzato anche nella bara. E allora la sua mamma, dopo tante lacrime, ha deciso di andare dai carabinieri. Per raccontare chi era il suo bambino. E per dire: «Me lo hanno ammazzato loro». Sullo sfondo di un mare turchese, con il girocollo blu e il ciuffo stirato dal vento, Michele è bello. Sognava di diventare pasticcere, mettere su un po’ di muscoli, diventare una stella del web. Bello nella foto, bello dentro. Si era ammalato a sei mesi dopo un vaccino. Aveva problemi alle braccia e alla gambe, camminava storto. «Dicevano che cadeva sempre – ricorda Maria Catambrone Raso, la mamma –. I compagni di classe lo deridevano e lo chiamavano handicappato. E lui voleva solo una pacca sulla spalla, una parola amica».
 
Non cerca vendetta, solo giustizia. Per dare alle parole peso e responsabilità. Perché non si ripeta. Michele ha pianificato la sua uscita di scena. Ha voluto spiegare perché è saltato giù dal ponte. Sua madre ai carabinieri ha portato un foglio A4: «Ti scrivo questa lettera, la mia ultima lettera. Si, hai capito bene, perché non credo di riuscirci più. Ho intenzione di mollare. Questo ragazzo moro piange davanti allo specchio e non trova nessuno dietro di sé che gli dica ‘ehi, oggi sei maledettamente bello’».
Sulla bellezza bisogna intendersi. Ma quando tutti i giorni ti ripetono che sei uno sfigato senza speranza non c’è spazio per tanti ragionamenti. «Mio figlio si è ucciso perché voleva un amico della sua età e riceveva solo porte in faccia – dice la mamma –. È stato vittima dei bulli, lo hanno ucciso loro. E hanno insistito fino all’ultimo. Uno guardando la sua foto ha detto che da morto era meglio. Chi ha sentito quelle parole si è sentito gelare il sangue». I ricordi hanno lasciato cicatrici. Dalle medie in poi. Maria li mette in ordine cronologico, quei segni li porta lei sulla sua pelle. E i carabinieri Alpignano li filtrano attraverso il cellulare e il pc di Michele. Lettere, a decine. Sempre le ultime. Fino a quella che lo è davvero. Molte sono indirizzate ai suoi idoli del web, youtuber famosi che avrebbe voluto emulare.
 
Anche lui aveva girato dei video caricandoli on line. «Diceva che qualcuno gli aveva chiesto anche un autografo – ricorda la mamma –. Desiderava l’amicizia di ragazzini della sua età e i ragazzini lo ignoravano. Michele viveva in un mondo di gente adulta ma voleva stare bene nei suoi anni».