Il sottosegretario Armando Siri (Ansa)
Il sottosegretario Armando Siri (Ansa)

Roma, 26 aprile 2019 - Spunta una spia fosforescente nel giallo torbido del caso Siri, il padre della flat tax leghista entrato nel governo Conte come sottosegretario ai trasporti e ora indagato per corruzione dalla procura di Roma. La vicenda, che da giorni alza decibel e anatemi delle forze di governo sino a sfiorare il punto di rottura, si arricchisce di un velenoso capitolo giornalistico-giudiziario. «L’intercettazione utilizzata contro Siri non esiste nell’inchiesta», titola la Verità, sostenendo che né «i magistrati» di Roma né «quelli di Palermo» ricordano il virgolettato sulla compromissione di Siri pubblicato dal Corriere della Sera il 19 aprile.

Di più. «Le intercettazioni sui giornali? Sono false. Quelle frasi non ci sono nel fascicolo», denuncia senza mezzi termini il quotidiano di area sovranista accusando esplicitamente il Corriere della Sera per quel testo molto preciso – «questa operazione ci è costata 30.000 euro» – attribuito all’ex parlamentare di Forza Italia, nonché imprenditore e lobbista, Paolo Arata, per riassumere «al figlio Francesco» l’importo della relazione corruttiva con Siri (ora all’esame degli inquirenti).

L’accusa è pesante e la reazione del Corriere non si fa attendere. Via web arrivano la pubblicazione fotografica e testuale del provvedimento firmato dal pm romano Mario Palazzi: «Armando Siri è indagato del reato previsto dagli articoli 318, 321 c.p. perché senatore della Repubblica e sottosegretario di Stato, in tale duplice qualità di pubblico ufficiale, per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, asservendoli a interessi privati (...) riceveva indebitamente la promessa e/o la dazione di 30.000 € da parte di Paolo Arata», amministratore e controllore di fatto di numerose società attive nel settore eolico. A giudizio del pm Palazzi, il supposto reato di Siri si perfezionava «proponendo e concordando con gli organi apicali dei ministeri competenti per materia l’inserimento in provvedimenti normativi di competenza governativa di rango regolamentare e di iniziativa governativa di rango legislativo, ovvero proponendo emendamenti contenenti disposizioni in materia di incentivi».

La rivelazione corruttiva – secondo la ricostruzione del Corriere – è stata raccolta da «una “cimice” piazzata dalla Dia». L’asserita conferma dell’esistenza di una prova audio a sostegno dell’avviso di garanzia a Siri. Quella prova che, secondo La Verità, invece non sarebbe agli atti. Il che è già un giallo nel giallo, in un Paese dove ogni intercettazione – anche di contenuto non strettamente processuale – trova di solito la più ampia e trasversale accoglienza. 

Di sicuro, a 30 giorni dal voto europeo, sull’asse Roma-Palermo la posta in gioco e il nervosismo sono altissimi. Paolo Arata (il cui figlio Federico – non indagato – lavora con il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti a Palazzo Chigi) è infatti ritenuto dagli inquirenti siciliani sodale in affari di Vito Nicastri, l’uomo dell’eolico in Sicilia. Nicastri, già in carcere, è accusato di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni: la procura di Palermo ha appena chiesto una condanna a 12 anni. Gli inquirenti reputano a sua volta Nicastri socio e finanziatore del boss latitante Matteo Messina Denaro. Di qui la maxiconfisca da 1,3 miliardi eseguita nel 2013.

Il caso dell’intercettazione misteriosa in cui Arata incolpa Siri agita ulteriormente il quadro. «La procura ha il dovere di confermare o smentire immediatamente», è la richiesta della forzista Anna Maria Bernini, sullo sfondo della rituale battaglia tra garantisti e colpevolisti. 
Al momento Piazzale Clodio tace. Sono giorni particolari. Il 9 maggio il procuratore capo Giuseppe Pignatone andrà in pensione.