di Antonella Coppari Stavolta non è un penultimatum, la situazione è davvero seria. Il Recovery plan è fermo al palo, congelato fino a data da destinarsi. Il Consiglio dei ministri che avrebbe dovuto vararlo ieri è stato rinviato all’ultimo momento; una nuova riunione è prevista oggi, ma non è affatto detto che affronti il deflagrante tema. Impossibile fare diversamente, dopo che Renzi ha messo sul piatto la minaccia di una rottura immediata: "Abbiamo mandato a casa Salvini per non dargli i pieni poteri, ma non è che li diamo a Conte". Ancora più esplicito: "Ci sarà la crisi? Spero di no, temo di sì". Ci ritorna, casomai non fosse chiaro: "Se il premier non ha un’altra maggioranza, è meglio che si fermi". Insomma sulla governance, ovvero su chi comanderà e gestirà il piano per spendere i...

di Antonella Coppari

Stavolta non è un penultimatum, la situazione è davvero seria. Il Recovery plan è fermo al palo, congelato fino a data da destinarsi. Il Consiglio dei ministri che avrebbe dovuto vararlo ieri è stato rinviato all’ultimo momento; una nuova riunione è prevista oggi, ma non è affatto detto che affronti il deflagrante tema.

Impossibile fare diversamente, dopo che Renzi ha messo sul piatto la minaccia di una rottura immediata: "Abbiamo mandato a casa Salvini per non dargli i pieni poteri, ma non è che li diamo a Conte". Ancora più esplicito: "Ci sarà la crisi? Spero di no, temo di sì". Ci ritorna, casomai non fosse chiaro: "Se il premier non ha un’altra maggioranza, è meglio che si fermi".

Insomma sulla governance, ovvero su chi comanderà e gestirà il piano per spendere i circa 200 miliardi che arriveranno dall’Europa, Italia viva è decisa a giocarsi tutto. Nella tempestosa riunione del preconsiglio, lunedì notte, Conte – per quanto irritato – aveva provato a sminare la strada, ipotizzando di rivedere nel suo testo la facoltà dei commissari-manager (nominati con Dpcm, su proposta della cabina di regia in cui siedono il premier, Patuanelli e Gualtieri) di operare in deroga e assicurando che non si sarebbero sostituiti ai ministri, la parola definitiva sarebbe rimasta a questi ultimi.

Anche se Franceschini (Pd) e Crimi (M5s) insistono a dire che l’incontro è andato "benissimo" e che "serve una struttura qualificata", ai renziani non è bastata, né è bastata l’offerta di inserire la ministra Bellanova nella tolda di comando a fianco del premier e dei due colleghi. "Non ci interessa aggiungere un nostro nome, il tema sono i 6 commissari che si sostituiscono ai ministri. Conte, sulla norma della governance, non dice la verità, ne parleremo quando arriverà in aula", spiega Maria Elena Boschi.

L’ex ministra allude alla tesi per cui a insistere per la cabina di regia sarebbe stata Bruxelles, alibi smentito ieri dalla Ue stessa. "Non abbiamo dato alcuna indicazione all’Italia, la decisione spetta ai singoli stati", avverte Marta Wieczorek, portavoce della Commissione per gli Affari economici.

Il sogno di Conte di inserire la cabina di regia già nella legge di bilancio, in modo da farlo approvare immediatamente, era già svanito lunedì, affossato dal Pd oltre che da Renzi. Ma anche l’ipotesi di procedere con decreto, non votato dai ministri Iv e destinato ad essere impallinato in Parlamento al momento della conversione, non sembra praticabile.

Significherebbe nominare i commissari e costruire la struttura, col rischio di dover smantellare tutto dopo un voto che segnerebbe la fine del governo. A ben vedere, il nodo non è solo la gestione del Recovery. Il dissenso di Renzi – condiviso da Pd e 5 Stelle – è anche sulla ripartizione dei fondi, in particolare sulla decisione di destinare appena 9 miliardi alla sanità. Uno stanziamento sconcertante a fronte di quello ben maggiore di cui aveva parlato nei giorni scorsi il ministro della Salute. E c’è, soprattutto, il modo di governare adottato dal premier che esaspera oramai non solo Renzi e il Pd, ma anche l’area del M5s vicina a Di Maio.

Un modello di gestione del potere complessivo che passa per task force e strutture tecniche extra-governative: il leader di Iv bersaglia pure la fondazione che dovrebbe gestire i servizi segreti e, proprio ieri, il ministro della giustizia Bonafede ha deciso di costituire la sua brava task force da affiancare all’Anac. La posta in gioco è dunque più complessiva, riguardando l’impostazione e il modo di operare del governo.

A gennaio, inevitabilmente si porranno solo due vie di uscita: o una revisione radicale della squadra, con l’inserimento di Di Maio e Orlando come vicepremier oltre alla sostituzione di alcuni ministri, formula che Conte intende contrastare in ogni modo. Oppure, se non ci sarà alternativa, una sostituzione dello stesso premier, ma in questo caso, a subentrare potrebbe essere solo un esponente del partito di maggioranza relativa, cioè del Movimento 5 Stelle.