Nino

Femiani

Era nell’aria da giorni. Antonio Bassolino rompe gli indugi e si candida a sindaco con un post su FB. "Fare il sindaco è stata l’esperienza più importante della mia vita e sento il dovere di mettermi al servizio della città", annuncia.

A 74 anni (li compirà a marzo) e dopo aver fatto il sindaco di Napoli per sette anni e il governatore della Campania per altri dieci, Bassolino fa saltare i tatticismi del Pd che da settimane sfoglia la margherita sui nomi di Manfredi e Amendola, ora spendibili dopo l’uscita dal Governo.

Un highlander della politica torna sul palcoscenico, è l’usato sicuro per affrontare la tempesta. L’ex sindaco porta in dote abilità ed esperienza istituzionale, stima bipartisan e fedina penale immacolata dopo 19 assoluzioni in 20 anni, ma trattato come un appestato dai vertici Pd.

Nato qualche mese prima di Draghi, Bassolino è l’immagine di un politico che rompe gli inciuci di partito, va oltre la politica di palazzo, manda in frantumi la liturgia che vuole il candidato-sindaco delle grandi città distillato dagli alambicchi dei vertici romani e non prodotto della storia e delle spinte locali. Quello di Bassolino e di gente come lui è però un civismo di tipo nuovo, politico e sociale. La sua candidatura mette davvero in crisi i patti tra i capibastone, fa saltare il banco. Se poi dovesse vincere dimostrerebbe che nei grandi centri urbani i partiti sono ormai forestieri e si può fare a meno di loro.