Roma, 18 settembre 2020 - Due pesi e due misure. Da una parte il gran popolo dei contribuenti, tartassati e vigilati a vista, dalle imprese e alle partita Iva, dagli artigiani ai lavoratori dipendenti, sottoposti quotidianamente ad una raffica di controlli e di adempimenti. Con lo sguardo indiscreto del Fisco che arriva a scrutare perfino quello che postano sui loro profili social per scoprire se versano fino all’ultimo euro di tasse nei forzieri dell’erario. Dall’altro, invece, l’esercito dei sussidiati e graziati, a cominciare dai percettori del reddito di cittadinanza, che incasseranno anche uno stipendio modesto, ma in compenso sono pressoché sicuri che non avranno mai a che fare con la macchina dei controlli e delle verifiche. L’ultimo caso, il più clamoroso, è quello dei killer del povero Willy Montiero Duarte, il ragazzo massacrato di botte per una banale lite. Anche loro sono finiti nell’elenco dei...

Roma, 18 settembre 2020 - Due pesi e due misure. Da una parte il gran popolo dei contribuenti, tartassati e vigilati a vista, dalle imprese e alle partita Iva, dagli artigiani ai lavoratori dipendenti, sottoposti quotidianamente ad una raffica di controlli e di adempimenti. Con lo sguardo indiscreto del Fisco che arriva a scrutare perfino quello che postano sui loro profili social per scoprire se versano fino all’ultimo euro di tasse nei forzieri dell’erario. Dall’altro, invece, l’esercito dei sussidiati e graziati, a cominciare dai percettori del reddito di cittadinanza, che incasseranno anche uno stipendio modesto, ma in compenso sono pressoché sicuri che non avranno mai a che fare con la macchina dei controlli e delle verifiche.

L’ultimo caso, il più clamoroso, è quello dei killer del povero Willy Montiero Duarte, il ragazzo massacrato di botte per una banale lite. Anche loro sono finiti nell’elenco dei furbetti del reddito di cittadinanza. Un elenco sempre più lungo. Ma che, giorno dopo giorno, mette a nudo un sistema di controlli che continua a fare acqua da tutte le parti. Eppure, sempre per restare nella pubblica amministrazione, le buone pratiche non mancano. Basta pensare agli strumenti messi in campo per scovare gli evasori fiscali, dai famigerati studi di settori alle indagini più moderne e sofisticata, basate perfino sui social, da Facebook a Instagram. Anche le foto delle vacanze sono elementi preziosi nelle mani del Fisco per verificare il tenore di vita dei contribuenti. C’è qualcosa, insomma, che non funziona se le maglie del reddito di cittadinanza continuano ad essere piuttosto larghe.

Dalle parti dell’Inps la giustificazione è pronta: è pressoché impossibile controllare una per una le autocertificazioni fornite dai percettori del reddito. Sono oltre un milione di famiglie. E il numero, nella stagione del Covid, è destinato ancora a crescere. E allora, siamo condannati? Partiamo da un dato: il meccanismo messo in piedi per le verifiche è piuttosto complesso e chiama in causa tre attori principali oltre, naturalmente, l’Inps: l’Agenzia delle entrate, l’Ispettorato nazionale del lavoro, la Guardia di finanza. A questi, nelle ultime settimane, si sono aggiunti i Comuni che, per legge, dovranno effettuare una verifica sulla residenza di almeno il 5% dei percettori del reddito di cittadinanza, per verificare eventuali dichiarazioni mendaci. All’Inps toccano le verifiche preventive, quelle relative alla sussistenza dei requisiti per ottenere il sussidio. Come si sa, il beneficiario è il nucleo familiare, che deve rispettare tutti i parametri reddituali e patrimoniali fissati per legge. Una volta ottenuto il sussidio, la palla passa nel campo dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che ovviamente dovrebbe scoprire se il reddito sia stato concesso a cittadini che con una mano intascano il sussidio e con l’altra lavorano in nero, alimentando il sommerso. Ma le verifiche sul campo sono fatte con il contagocce e, in linea generale, ci si affida sulle autocertificazioni. O, meglio ancora, sull’omessa comunicazione delle variazioni di reddito e patrimonio, anche provenienti da attività irregolari.

È vero che chi viola la legge rischia sanzioni pesanti, perfino la reclusione da uno a tre anni. Ma la norma prevede molte possibilità di fuga. Perché non è importante tanto lo svolgimento delle attività quanto la percezione del reddito. E, in molti casi, soprattutto per chi lavora in nero, è facile sfuggire ai controlli. C’è poi, ovviamente, tutto il capitolo delle dichiarazioni Isee, che andrebbero controllate a tappeto. L’Inps, ovviamente, porta avanti verifiche a campione trasferendo poi le informazioni alla Guardia di finanza. A, questo punto, scattano le verifiche, anche attraverso l’incrocio dei database di diversi enti. Ma è come cercare un ago in un pagliaio se si pensa che, qualche tempo fa, prima di effettuare un minimo di controlli, l’80% degli italiani dichiarava, in sede di Isee, di non avere un conto in banca. Si capisce, allora, perché nel 2019, i furbetti del reddito scovati dalla finanza siano meno di un migliaio rispetto ai 22.151 interventi operanti per tutelare la spesa pubblica. Senza contare che, a fronte di uno sforzo enorme per scovare i furbetti del reddito, gli incassi effettivamente raccolti sono minimi. Una goccia rispetto alla caccia ai grandi, medi e piccoli evasori fiscali. Tutto giusto, per carica. Ma con un effetto, per i cittadini, paradossale: chi lavora è sottoposto a una raffica di adempimenti e di controlli al limite della vessazione. Chi riceve un sussidio illecitamente può, legittimamente, pensare di farla franca.