di Leo Turrini Proviamo a metterla giù così. Fossimo un Paese normale, saremmo tutti d’accordo: la “politicizzazione” del tifo calcistico è una follia. Meglio ancora, un insulto al buon senso. E magari dovremmo pure riconoscere una cosa a Silvio Berlusconi: in tanti anni da presidente del Milan, beh, non ha mai usato le partite a San Siro come strumenti di propaganda elettorale. Non per niente Enrico Letta è uno sfegatato tifoso del Diavolo rossonero! Insomma e purtroppo: normali non sempre riusciamo ad essere e abbiamo non di rado accettato la trasformazione delle curve da stadio in ostentate esibizioni di fedi...

di Leo

Turrini

Proviamo a metterla giù così. Fossimo un Paese normale, saremmo tutti d’accordo: la “politicizzazione” del tifo calcistico è una follia. Meglio ancora, un insulto al buon senso. E magari dovremmo pure riconoscere una cosa a Silvio Berlusconi: in tanti anni da presidente del Milan, beh, non ha mai usato le partite a San Siro come strumenti di propaganda elettorale. Non per niente Enrico Letta è uno sfegatato tifoso del Diavolo rossonero! Insomma e purtroppo: normali non sempre riusciamo ad essere e abbiamo non di rado accettato la trasformazione delle curve da stadio in ostentate esibizioni di fedi estremistiche. Ci sono ultras neri e ultras anarchici e mai che si capisca dove stia la connessione tra la gioia per un gol e un braccio teso o un pugno chiuso. Intendiamoci: poco consola sapere che in altre nazioni è pure peggio, soprattutto nell’Europa ex comunista, dove un rigore è spesso il pretesto per degenerazioni figlie del razzismo più bieco. Ben venga, allora, la protesta della comunità ebraica contro il tizio spagnolo che faceva il falconiere dell’Aquila simbolo della Lazio. Tra saluto romano e inni a Mussolini, l’addetto al volatile ha guadagnato (si fa per dire) la reprimenda, con tanto di allontanamento, del club presieduto da Claudio Lotito. E questo non è un dettaglio da poco (almeno si spera, eh).

Infatti, storicamente la Lazio, intesa proprio come squadra, non di rado si è prestata a contaminazioni, chiamiamole così, francamente poco edificanti. Negli Anni Settanta era una leggenda (nera, appunto) la compagnia che circondava Giorgio Chinaglia, grandissimo centravanti, capace di vincere addirittura uno scudetto, nel 1974. Giorgione girava con la pistola e non disdegnava, pure lui, il saluto al Duce. Tanto che una volta Giacomino Bulgarelli, glorioso capitano del Bologna, chiese con garbo come l’avrebbe presa, Giorgione, se lui avesse esultato glorificando in campo il compagno Giuseppe Stalin (a scanso di equivoci: Bulgarelli mica era comunista, era soltanto intelligente). Poi ci sono state le parole di pentimento di Paolo Di Canio, laziale una generazione dopo Chinaglia, oggi apprezzato commentatore televisivo. "Non rinnego le mie idee – ebbe a dire Di Canio –. Ma la cosa di cui mi pento di più in carriera è aver fatto il saluto romano sotto la curva Nord dell’Olimpico. È stupido fare un gesto politico che magari può essere condiviso da alcuni ma amareggia molti altri. Non avrei mai dovuto farlo. Lo sport deve restare fuori da certe cose”.

Sante parole. Perché qui sta il punto: sempre e comunque è disastroso il collegamento tra una passione che è di tutti (nel caso specifico, il gioco del calcio) e il credo politico, di qualunque colore. È una questione di civiltà, non bastasse il richiamo alla buona educazione. Chiudo citando Enrico Berlinguer. Il potente segretario del partito comunista era tifoso, guarda un po’, della Juve, la squadra del capitalista Gianni Agnelli. Ma siccome gli uomini della sua scorta, tutti compagni!, erano laziali, per farli contenti la domenica si faceva portare all’Olimpico ad ammirare Chinaglia. Il bomber, mica il camerata.