di Antonella Coppari ROMA L’allarme rosso registrato al primo turno pare destinato ad uscire aggravato ai ballottaggi. L’affluenza, già bassa, potrebbe andare a picco: ieri alle 23 aveva votato il 33,3% degli aventi diritto (al primo turno alla stessa ora aveva votato il 39,86%). Un certo calo è fisiologico perché non tutti i sostenitori dei candidati usciti di scena se la sentono di appoggiare qualcuno. Ma il dato è estremamente inquietante: senza un colpo di scena stamattina, i primi cittadini di grandi città come Torino o Trieste e, addirittura, quelli della capitale, saranno eletti da una minoranza quasi esigua degli aventi diritto: alle 23 nel capoluogo piemontese era andato ai seggi il 32,6% (quasi il 4% in meno rispetto a due settimane fa), a Trieste il 31% (meno 2,8%), e a Roma il 30,9% (36,82% al primo turno). Numeri che evidenziano una situazione di...

di Antonella Coppari

ROMA

L’allarme rosso registrato al primo turno pare destinato ad uscire aggravato ai ballottaggi. L’affluenza, già bassa, potrebbe andare a picco: ieri alle 23 aveva votato il 33,3% degli aventi diritto (al primo turno alla stessa ora aveva votato il 39,86%). Un certo calo è fisiologico perché non tutti i sostenitori dei candidati usciti di scena se la sentono di appoggiare qualcuno. Ma il dato è estremamente inquietante: senza un colpo di scena stamattina, i primi cittadini di grandi città come Torino o Trieste e, addirittura, quelli della capitale, saranno eletti da una minoranza quasi esigua degli aventi diritto: alle 23 nel capoluogo piemontese era andato ai seggi il 32,6% (quasi il 4% in meno rispetto a due settimane fa), a Trieste il 31% (meno 2,8%), e a Roma il 30,9% (36,82% al primo turno).

Numeri che evidenziano una situazione di malattia dell’assetto democratico. I politici lo sanno, lo ripeteranno oggi, ed è inevitabile che nella notte si azzardino ipotesi (aleatorie) su chi ne uscirà avvantaggiato. I bookmaker ritengono che l’elettorato più motivato tanto nella capitale quanto a Torino e Trieste sia quello di centrosinistra. Se è davvero così si saprà solo nel pomeriggio, quando si conteranno i voti e si cominceranno a tirare le somme reali, e a vedere chi ha vinto e chi ha perso. Certo, Enrico Letta è uscito a testa molto alta dal primo turno. La sua tattica ha capovolto pronostici che fino a pochi mesi fa erano luttuosi per il Nazareno, va detto però che è stato aiutato da una destra che ha giocato la partita male. Superfluo notare che una vittoria a Roma di Gualtieri con uno scarto ampio sarebbe l’apoteosi.

Nemmeno lui però ieri notte ha dormito un sonno del tutto tranquillo sapendo che se, sovvertendo le profezie della vigilia il vincitore fosse Michetti, l’intero quadro si rovescerebbe e la vittoria del Pd si trasformerebbe in una disfatta. La sua posizione vacillerebbe e il progetto di alleanza stabile con i 5stelle per dar vita a un nuovo centrosinistra subirebbe un duro colpo. Molto difficilmente invece l’esito di oggi modificherà il verdetto sulla situazione di Giuseppe Conte. Per lui queste elezioni sono state una sconfitta: resta da capire di quale portata. L’ex premier si era speso molto in campagna elettorale, aveva riempito le piazze ma quelle piazze non si sono poi trasformate in voti. Il quadro potrebbe peggiorare se gli elettori di Torino e Roma non seguiranno le sue indicazioni e appoggeranno in misura limitata i candidati del centrosinistra sarà la sua leadership ad essere messa in discussione.

Sul fronte destro trionfatrice sembra essere Giorgia Meloni. Il balzo avanti nei consensi è suo. Ad uno sguardo più attento, però, qualche brutta nuvola c’è: contro di lei è stata brandita la pregiudiziale antifascista e antisovranista che rischia di costringere Fd’I nel ghetto privo di prospettive in cui vegetano i partiti di estrema destra in Europa. Ecco perché rischia di uscire dalla prova sia vincitrice che sconfitta. Azionista forse di maggioranza del centrodestra, eppure non legittimata ad assumerne la leadership. Solo una vittoria di Michetti potrebbe garantirle la “tombola“: la conquista della capitale e la prova che quella pregiudiziale in Italia non funziona. Se invece lo scarto sarà netto, l’orizzonte diventerebbe per lei cupo, e si può stare certi che proprio Salvini, il leader "impresentabile" per antonomasia le presenterà il conto.

Anche il Matteo Milanese, come Conte, non sembra in grado di ribaltare l’esito di una prova fallita. Il risultato di Torino, però, inciderà. Si tratterebbe del punto della bandiera, ma la conquista della seconda città del Nord per importanza lo metterebbe al riparo da una raffica di accuse che altrimenti si scatenerà nella coalizione e nel suo partito. In ogni caso, e tanto più se battuto a Torino, sarà difficile proseguire nell’ambiguo gioco tentato in questi mesi: presentarsi come pilastro del governo Draghi, e come voce di opposizione sociale al medesimo governo. Una conferma a Trieste non basterà al centrodestra per alleviare le ferite: l’alleanza dovrà fare i conti con una stagnata severa. E dovrà capire se è in grado di cambiare strada per dar vita a una “vera“ coalizione. Entrambi gli schieramenti, di certo, inizieranno da oggi a ricalibrare gli equilibri interni in vista del voto per il Quirinale e delle future elezioni politiche.