Papa Francesco in piazza San Pietro dietro la banda della penitenziaria
Papa Francesco in piazza San Pietro dietro la banda della penitenziaria

Roma,  14 settembre 2019 - Nessun detenuto deve essere privato del “diritto di ricominciare”. L’ergastolo “non è la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere”. Dopo aver aggiornato lo scorso anno il Catechismo della Chiesa cattolica, bandendo come “inamissibile” la pena di morte (era ancora ammessa in casi estremi e sempre più rari), oggi papa Francesco, nell’udienza in piazza San Pietro ai cappellani delle case circondariali, alla polizia e al personale dell’Amministrazione penitenziaria, ha messo fuori gioco anche il carcere a vita.

Spetta “ad ogni società”, è  stato il monito di Bergoglio davanti agli 11mila rappresentanti dei 191 carceri italiani, "fare in modo che la pena non comprometta il diritto alla speranza, che siano garantite prospettive di riconciliazione e  reinserimento". Il riferimento è alla rieducazione del condannato a cui dovrebbe tendere la pena, in ossequio all’art. 27, comma 3. della Costituzione. Il condizionale è d'obbligo, visto che, nonostante i numerosi sforzi di tantissimi operatori del settore, non mancano gli ostacoli per una piena esecuzione del dettato costituzionale. Primo fra tutti il dramma del sovraffolamento delle celle.

L’ultima relazione annuale del Garante dei detenuti evidenzia cifre preoccupanti: su 46.904 posti regolamentari disponibili negli istituti di pena, sono presenti circa 60.512 detenuti, ossia 13.608 in più rispetto alla capienza prevista, per un sovraffollamento pari al 129 per cento. Che cosa questo rappresenti nel cammino rieducativo di un condannato è presto detto. Quello delle carceri fuori norma “è un problema grave", ne è convinto il Papa, fiacca gli spiriti e, "quando le forze diminuiscono, la sfiducia aumenta". Ne consegue come sia "essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di recupero“.

All'udienza erano presenti anche alcuni detenuti in permesso speciale. Altri hanno manifestato la loro vicinanza al Pontefice inviandogli lettere e doni realizzati nei laboratori che, da Bolzano a Ragusa, raccontano di un carcere che non dimentica la persona reclusa, ma prova a valorizzarne i talenti. In vista del suo ritorno in società, da uomo libero per il bene comune.