"Non è come strucar el botòn". Cinzia Zincone, a capo del Provveditorato alle opere pubbliche del Nordest, pesca nel dialetto veneziano per spiegare il mancato funzionamento del Mose. Il sistema di paratoie mobili in grado di proteggere Venezia non si attiva schiacciando all’ultimo momento il tasto dei miracoli, ma solo al termine di una complicata catena di previsioni meteo, allerta squadre, informazioni ai naviganti. Sbagliate le previsioni? Venezia indifesa. "Il Mose non è stato azionato perché in fase sperimentale – si giustifica...

"Non è come strucar el botòn". Cinzia Zincone, a capo del Provveditorato alle opere pubbliche del Nordest, pesca nel dialetto veneziano per spiegare il mancato funzionamento del Mose. Il sistema di paratoie mobili in grado di proteggere Venezia non si attiva schiacciando all’ultimo momento il tasto dei miracoli, ma solo al termine di una complicata catena di previsioni meteo, allerta squadre, informazioni ai naviganti. Sbagliate le previsioni? Venezia indifesa. "Il Mose non è stato azionato perché in fase sperimentale – si giustifica Zincone –. Il dispositivo si alza quando c’è una previsione di acqua alta di 130 centimetri: l’allerta viene data 48 ore prima per emettere le ordinanze e convocare le squadre".

Insomma, non esistono bacchette magiche in laguna, dove uno scirocco più impetuoso del previsto basta e avanza per far impazzire i ’modelli’. Non basta. Le paratoie mobili, una volta alzate, proteggono sì la città, ma al tempo stesso la isolano interrompendo "il vitale ricambio tra mare e laguna", ricorda l’ambientalista Gianfranco Bettin. Si ferma poi tutta la navigazione dal mare con conseguenze facilmente immaginabili su arrivi, partenze, consegne, transazioni commerciali, penali. Schei, insomma. Le grandi navi mercantili entrano in laguna trainate da rimorchiatori, quindi ogni ritardo determina ingorghi. Non solo: una volta cessato l’allarme, bisogna aspettare molte ore perché le barriere vengano abbassate. Se così non fosse, sarebbe lo stesso Mose a produrre un’onda. Il Mose rappresenta quindi una leva da utilizzare non a cuor leggero e, allo stato attuale, solo alla quota fissata dalla sperimentazione (130 centimetri), comunicata agli operatori economici. Anche per questa la rabbia di agenti marittimi e commercianti è doppia, visti i danni su tutta la linea con il flusso a 138 centimetri.

Rivedere le regole di ingaggio appare necessario. Pierpaolo Baretta, sottosegretario all’Economia, dice no "a polemiche strumentali". Meglio un rapido aggiornamento dei protocolli: "Alzare il Mose solo a quota 130 è sbagliato. Bisogna scendere sotto l’attuale soglia, occuparsi della gestione portuale con soluzioni alternative tipo gronda, e individuare soluzioni quando il meteo peggiora improvvisamente". Il commissario Elisabetta Spitz ricorda che la soglia di attivazione del Mose scenderà a fine sperimentazione a 110 centimetri (quota raggiunta nel 2019 ben 28 volte). In prospettiva, due opzioni paiono destinate a fronteggiarsi: meglio un mese all’anno di isolamento ambientale e navale della laguna o l’allagamento del 12% del centro (tra cui l’area di San Marco) di una città che con l’acqua alta ha sempre convissuto? Il tesoro dell’umanità reclama decisioni all’altezza della sua storia.