Per cinque anni si è battuta con un’energia inesauribile, quella che può esprimere solo una mamma che vede il figlio andare a casa della fidanzata e se lo ritrova al cimitero, ucciso e abbandonato al suo destino. "È finita, è finita", si commuove Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, correndo fuori dall’aula Europa della Corte d’Appello di Roma mentre il presidente sta ancora terminando di leggere il dispositivo di sentenza. Certe cose una mamma le sente. Abbraccia il marito Valerio e si scoglie in un pianto liberatorio: "Andrò al...

Per cinque anni si è battuta con un’energia inesauribile, quella che può esprimere solo una mamma che vede il figlio andare a casa della fidanzata e se lo ritrova al cimitero, ucciso e abbandonato al suo destino. "È finita, è finita", si commuove Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, correndo fuori dall’aula Europa della Corte d’Appello di Roma mentre il presidente sta ancora terminando di leggere il dispositivo di sentenza. Certe cose una mamma le sente. Abbraccia il marito Valerio e si scoglie in un pianto liberatorio: "Andrò al cimitero a trovare Marco, spero che il custode mi apra il loculo per dire a mio figlio che la giustizia è lenta ma arriva".

"Finalmente è stato dimostrato quello che era palese fin dall’inizio – continua la signora Marina –. Se fosse stato soccorso subito, Marco sarebbe qui. Lui oggi, e non solo oggi è il figlio di tutti. Ha conquistato il rispetto che gli è stato negato quando ha chiesto aiuto e nessuno lo ha ascoltato. Aveva tanta voglia di vivere. Però la giustizia esiste e per questo non dovete mai mollare", è l’esortazione davanti alle telecamere, quasi un pubblico riconoscimento del ruolo dei media nella copertura di una tragedia diventata simbolo di una verità da ristabilire. Il processo d’appello bis rimescola tutte le carte. L’abbraccio al procuratore generale Vincenzo Saveriano è un fuori programma che racconta il carattere e la volontà di una donna che non si è mai arresa, che si è sempre battuta – con il marito Valerio – perché la verità emergesse. Una gioia arrivata dopo "anni di bugie" e dopo la grande delusione della sentenza del primo processo d’appello che, non riconoscendo la volontarietà nel comportamento dei Ciontoli, aveva determinato una riduzione della pena a 5 anni per il capofamiglia (dai 14 del primo grado) e la conferma di quella a 3 anni per i familiari: non certo una condanna esemplare, considerate le premialità del regime carcerario. Nessuno restituirà Marco ai suoi affetti, ma questa nuova sentenza rappresenta "una grande emozione dopo anni terribili", sintetizza la signora Marina.

"È una grande emozione quella che stiamo vivendo in questo momento. Voglio stare solo vicino a Marina. Dico grazie a tutti quelli che ci hanno aiutato. Marco ci ha dato la spinta? Forse. Marco era meraviglioso", dice papà Valerio, prima di guadagnare l’uscita assieme alla moglie che riserva un ultima stoccata ad Antonio Ciontoli: "Non deve chiedere perdono a noi, ma a sé stesso. Non so quale strategia ci fosse dietro quelle parole. Questa è una sede di giustizia e non di vendetta". L’ultimo commosso "grazie" è per il legale di famiglia, l’avvocato Frano Coppi, che tuttavia prevede il ricorso dei Ciontoli in Cassazione. L’ultima parola non è ancora scritta.

G.Ros.