Gabriele

Cané

In una società sempre più fluida, figuriamoci se il cognome può essere un problema. In una società che abbatte ogni steccato, in cui la famiglia di una volta, ancien régime, è oramai costretta alla clandestinità di fronte al politicamente corretto delle coppie omo, trine, dei figli di genitori 1 e 2, figuriamoci se non si può stabilire per legge che un neonatoa possa avere il cognome del padre o della madre o di tutti e due. Come in Spagna o in Brasile. Anzi, per saltare uno step si potrebbero trasformare anche 1 e 2 in cognomi: Luigi 1, Carla 2. Fuor d’ironia, è normale che nella rincorsa alla parità ci stia pure il caso-cognome: se i portabandiera alle Olimpiadi saranno un maschio e una femmina, anche all’anagrafe ci potrà essere il doppio binario. Detto questo, visto che la proposta della Bonetti si pone l’obiettivo "di consegnare in qualche modo alla storia il nome delle donne", bisognerà anche soffermarsi con attenzione sul ruolo dell’uomo. Perché, mentre una volta la madre diceva ai figli: "Adesso ci pensa tuo padre", ora se c’è un problema, il padre, nove volte su dieci risponde: "Senti dalla mamma". Evoluzione non decisa per legge, certo, ma dai diversi equilibri che si sono stabiliti nella famiglia moderna. Vogliamo cambiare anche quello del cognome? Bene. Con la speranza, però, che l’atomo base della nostra società non diventi sempre più liquido. O addirittura liquefatto.