di Giovanni Panettiere Da baricentro della cristianità a popolo di poca fede il passo è breve. L’ultimo quarto di secolo è stato più che sufficiente agli italiani per vedere, da un lato, raddoppiati fra le proprie file coloro che non si riconoscono in alcuna comunità confessionale (si è passati dal 9 al 18% della popolazione) e, dall’altro, irrobustito il novero di quelli che negano l’esistenza di Dio (dal 18% al 25%). Due facce, la prima meno inequivocabile, di uno stesso fenomeno: l’ascesa dell’ateismo anche nella cattolica Italia. Unica consolazione, il fatto che nella Germania a metà strada tra Lutero e un cattolicesimo largamente liberal, così come nei Paesi Bassi, un tempo culla del dirompente Catechismo della Chiesa olandese e oggi normalizzati dopo la cura Wojtyla degli anni ’80, circa la metà dei...

di Giovanni Panettiere

Da baricentro della cristianità a popolo di poca fede il passo è breve. L’ultimo quarto di secolo è stato più che sufficiente agli italiani per vedere, da un lato, raddoppiati fra le proprie file coloro che non si riconoscono in alcuna comunità confessionale (si è passati dal 9 al 18% della popolazione) e, dall’altro, irrobustito il novero di quelli che negano l’esistenza di Dio (dal 18% al 25%). Due facce, la prima meno inequivocabile, di uno stesso fenomeno: l’ascesa dell’ateismo anche nella cattolica Italia. Unica consolazione, il fatto che nella Germania a metà strada tra Lutero e un cattolicesimo largamente liberal, così come nei Paesi Bassi, un tempo culla del dirompente Catechismo della Chiesa olandese e oggi normalizzati dopo la cura Wojtyla degli anni ’80, circa la metà dei residenti dichiara di non credere.

"La crescita dell’ateismo in Occidente è un fenomeno che dipende solo in parte dallo specifico contesto socio-ecclesiale – chiarisce il sociologo delle religioni Franco Garelli, autore tra l’altro di Gente di poca fede (Il Mulino, 2020), la ricerca più aggiornata sul sentimento religioso in Italia –. Piuttosto è un aspetto frutto del pluralismo, legato alla secolarizzazione e sempre più diffuso. Fino ad alcuni decenni fa credere era meno problematico, sorgeva quasi spontaneo in quanto il contesto era cristiano, più uniforme, anche se già in forte cambiamento. Oggi, invece, il dato di fede è qualcosa su cui il singolo s’interroga e decide, in piena autonomia, se farlo proprio".

Gli italiani credenti sono più consapevoli rispetto al passato, ma anche meno giovani, se è vero che ben quattro ragazzi su dieci, interpellati sull’esistenza di Dio, rispondono in maniera negativa. Una generazione fortemente disinteressata alla spiritualità, si potrebbe pensare. E, invece, "non è detto – chiarisce Garelli –. Quel 40% è in buona parte ancora in ricerca, esprime piuttosto un distacco da un cristianesimo troppo dottrinale e normativo o da una Chiesa percepita più come giudice che come madre". Spesso poi sono gli stessi giovani che Dio lo nominano a sproposito... Infarcendo di bestemmie ad alta voce i loro discorsi, "per la verità più per far colpo che per vera convinzione".

A questo punto, a fronte di una quota di atei in crescita e all’avanzata dei fedeli di altre religioni o confessioni cristiane (quadruplicati dal 1996: sono l’8% della popolazione), c’è da prendere a prestito la famosa domanda formulata da Stalin a Yalta: su quante divisioni può contare il Papa? Un quarto di secolo fa gli italiani, che si dichiaravano appartenenti alla Chiesa cattolica, erano l’88%, oggi si fermano al 70%. Per giunta non è detto che siano credenti o almeno ferventi uomini di fede, a dimostrazione di una forte diversificazione in seno alla compagine ecclesiale.

All’imbrunire degli anni ’90 il cardinale Carlo Maria Martini distingueva i cattolici in quattro categorie: quelli della linfa, del tronco, della corteccia e del muschio. I primi sono gli attivi, coloro che scelgono il Vangelo come criterio di vita (si stima siano il 22%), i secondi sono più discontinui (30%), seguono le persone attaccate all’albero della Chiesa più per tradizione che altro (la maggioranza: il 44%). Da ultimo, uscendo dalla metafora, troviamo i cattolici assai critici su più punti della dottrina o della pastorale (4%).

La tendenza vede in ascesa soprattutto il terzo gruppo, nel quale ha maggior presa il sovranismo (vuoi per i timori legati alla minaccia islamista, vuoi per le proposte di legge che scavallano la famiglia tradizionale). Proprio in questa categoria si specchiano non pochi connazionali, che, pur rivendicando (con orgoglio) il loro essere cattolici, in realtà vivono una fede incerta. Almeno per il momento, perché, è lo stesso Garelli a sottolinearlo, nelle fasi più pesanti della pandemia anche molti italiani della ‘corteccia’ si sono riconosciuti nei gesti del Papa e hanno riscoperto la preghiera. E chissà che i prossimi dati sul sentimento religioso in Italia non evidenzieranno una controtendenza non tanto sull’emorragia dei cattolici, quanto dei credenti in Dio.