L’alpinista ed esploratrice altoatesina Tamara Lunger, 35 anni, con Juan Pablo Mohr
L’alpinista ed esploratrice altoatesina Tamara Lunger, 35 anni, con Juan Pablo Mohr
La montagna di Tamara Lunger non è più incantata. A sei mesi dalla sfortunata spedizione internazionale sul K2 del gennaio scorso, costata la vita a cinque compagni, la forte scalatrice altoatesina è appena tornata dalla valle dello Shigar in Pakistan, la porta d’ingresso per le vette del Karakorum, dove é andata non per compiere un’altra delle sue memorabili imprese, ma per commemorare gli amici scomparsi e insegnare ai ragazzi e le ragazze del posto a scalare. Com’è stato tornare nella valle di Shigar? "Quando sono arrivata qui per la prima volta guardavo le montagne con gli occhi pieni di amore, cercavo il profilo del K2 e non vedevo l’ora di iniziare a scalare, mi sentivo come una bambina a una festa. Quando ci sono tornata a luglio il profilo del Karakorum mi faceva tornare in mente gli amici e i compagni che ho perso lassù. Sono stati mesi difficili, mi ha sorretto la fede che ho sempre...

La montagna di Tamara Lunger non è più incantata. A sei mesi dalla sfortunata spedizione internazionale sul K2 del gennaio scorso, costata la vita a cinque compagni, la forte scalatrice altoatesina è appena tornata dalla valle dello Shigar in Pakistan, la porta d’ingresso per le vette del Karakorum, dove é andata non per compiere un’altra delle sue memorabili imprese, ma per commemorare gli amici scomparsi e insegnare ai ragazzi e le ragazze del posto a scalare.

Com’è stato tornare nella valle di Shigar?

"Quando sono arrivata qui per la prima volta guardavo le montagne con gli occhi pieni di amore, cercavo il profilo del K2 e non vedevo l’ora di iniziare a scalare, mi sentivo come una bambina a una festa. Quando ci sono tornata a luglio il profilo del Karakorum mi faceva tornare in mente gli amici e i compagni che ho perso lassù. Sono stati mesi difficili, mi ha sorretto la fede che ho sempre avuto e non nascondo che mi sono rivolta anche a una psicologa che mi sta aiutando a elaborare tutto questo dolore. Per chi va in montagna la morte è una cosa da mettere in conto, questo l’ho sempre saputo ma è completamente diverso quando si sopravvive a qualcun altro".

Per scalare il tetto del mondo serve uno zaino leggero, tutto quel dolore non è un fardello troppo pesante anche per lei?

"In questo momento non me la sento ancora di rimettermi a scalare. Guardo la montagna con rispetto e anche con un po’ di paura, una sensazione che dovrebbe sempre accompagnare un alpinista".

Non è la prima volta che decidere di abbandonare un’impresa riconoscendo i propri limiti salva la vita a Tamara Lunger. Accadde così nel 2016 sul Nanga Parbat quando si fermò a 70 metri dalla vetta, senza la forza di seguire i compagni ed è stato così anche a febbraio, quando ha deciso di abbandonare l’ascesa e tornare al campo base, lei che il K2 lo aveva già scalato nel 2014 senza ossigeno supplementare, quando già erano precipitati il bulgaro Atanas Georgiev Skatov e lo spagnolo Sergi Mingote Moreno ma prima della tragica scomparsa del cileno Juan Pablo Mohr, il pachistano Muhammad Ali Sadpara e l’islandese John Snorri.

Può dirci come è andata dopo quel tragico momento?

"Mi avevano chiamato per far parte della squadra di ricerca che è salita a cercare i corpi, ma non me la sono sentita di partecipare. Invece ho detto subito di sì quando mi hanno chiesto di partecipare alla commemorazione e al progetto “Climbing for a reason” che stava molto a cuore a PJ (Juan Pablo Mohr ndr)".

Insegnando l’amore per la montagna agli altri anche lei forse ritroverà la forza per tornare a scalare?

"Quel momento arriverà, ma non ho fretta. È una cosa che deve accadere, non voglio impormela. Ho promesso a me stessa che in futuro non farò più parte di grandi spedizioni, voglio tornare a scalare con pochi compagni per portare fino in fondo il peso di ogni mio passo e ogni mia decisione. Non voglio più subire il “Summit fever”, quella pressione che spesso si respira nel campo base quando per colpa delle pressioni dei media e degli sponsor ci sono obbiettivi da raggiungere a tutti i costi, perché “si deve” raggiungere la vetta in una corsa contro il tempo per indovinare la finestra meteo giusta. Spesso senza stare a sentire la voce della montagna".

Ripensa spesso ai suoi compagni di scalata?

"Ho pensato tante volte a PJ e agli altri in questi mesi, ma non sono mai riuscita a sognarli, di notte qualche volta mi sentivo gelata come in quell’ultima notte al campo 3, -40 sotto zero, quando sentivo il freddo passare attraverso due sacchi termici. Quel gelo non lo voglio più sentire".

Che ricordi ha riposto nel suo zaino di ritorno dalla valle di Shigar?

"Ho portato come i sorriso delle ragazze che abbiamo accompagnato a scuola di roccia. All’inizio erano così insicure, camminavano con la testa bassa e avevano paura di incrociare gli uomini lungo i sentieri, accompagnandole giorno per giorno le abbiamo viste acquisire fiducia in loro stesse. Quando siamo partiti ci hanno abbracciato e in lacrime ci hanno chiesto di tornare presto. Lo farò per loro, per PJ e tutti gli altri che riposano lassù sul tetto del mondo. Ognuno può contribuire al progetto “Climbing for a reason Pakistan” attraverso la raccolta fondi promossa sulla piattaforma Gogetfunding.com".

Qual è la prima cosa che ha fatto appena tornata in Italia?

"Sono andata dai miei nonni che mi aspettano sempre per giocare a carte. Questo inverno ho voglia di rimanere a casa e stare un po’ con loro, aspettando che il Covid passi. Dalla primavera prossima tornerò a pensare alla montagna".