Da sinistra, Maria Ressa, 58 anni, e Dmitry Muratov, 59: premi Nobel per la Pace
Da sinistra, Maria Ressa, 58 anni, e Dmitry Muratov, 59: premi Nobel per la Pace
di Massimo Donelli Lei, Maria Ressa, 58 anni, tallona instancabilmente Rodrigo Duterte, 76 anni, presidente delle Filippine dal 2016, con il sito di giornalismo investigativo Rappler. Lui, Dmitry Muratov, 59 anni, direttore di Novaya Gazeta – trisettimanale russo tra i cui azionisti c’è Michail Sergeevic Gorbaciov, 90 anni, ultimo segretario del Partito comunista dell’Unione sovietica (Pcus) –, è tra le pochissime voci del dissenso in un Paese in cui parlare e scrivere senza autocensure può costare la vita (è successo alla sua collega Anna Stepanovna Politkovskaja,...

di Massimo Donelli

Lei, Maria Ressa, 58 anni, tallona instancabilmente Rodrigo Duterte, 76 anni, presidente delle Filippine dal 2016, con il sito di giornalismo investigativo Rappler. Lui, Dmitry Muratov, 59 anni, direttore di Novaya Gazeta – trisettimanale russo tra i cui azionisti c’è Michail Sergeevic Gorbaciov, 90 anni, ultimo segretario del Partito comunista dell’Unione sovietica (Pcus) –, è tra le pochissime voci del dissenso in un Paese in cui parlare e scrivere senza autocensure può costare la vita (è successo alla sua collega Anna Stepanovna Politkovskaja, uccisa a 47 anni con quattro colpi di pistola nell’ascensore del palazzo in cui abitava) o la galera (chiedere a Alexei Anatolievich Navalny, 45 anni, avvelenato il 20 agosto 2020, in carcere dal 17 gennaio 2021).

Maria e Dmitry hanno ricevuto il premio Nobel per la Pace. Ed era dal 1935 che un giornalista non lo vinceva. Eppure, negli ultimi 86 anni in tanti l’avrebbero meritato. Per esempio, Carl Bernstein, 77 anni, e Bob Woodward, 78 anni, reporter del Washington Post, che, con l’inchiesta sul caso Watergate (1972), costrinsero alle dimissioni Robert Nixon (1913-1994), presidente degli Stati Uniti. O, magari, Daphne Caruana Galizia (1964-2017), cronista di The Malta Independent, dilaniata da una bomba dopo che aveva denunciato il malaffare dei governanti isolani. In ogni caso, meglio tardi che mai. "L’assegnazione del premio Nobel per la Pace a due giornalisti è una testimonianza del riconoscimento a livello mondiale dell’importanza di tutelare la libertà di stampa, garantendo la democrazia attraverso linguaggi rispettosi. È uno stimolo per gli editori e i giornalisti ad affrontare i prossimi anni adeguandosi alla trasformazione digitale e umana. Auspichiamo che anche le istituzioni siano vicine a questo settore fondamentale per la formazione dei cittadini di domani", ha detto Andrea Riffeser, presidente della Federazione italiana editori giornali (Fieg). Le sue non sono parole di circostanza. C’è una partecipazione sincera all’evento, condivisa, peraltro, da chi ha speso una vita nelle redazioni, magari dietro le quinte, in cucina, come si dice nel gergo del mestiere per indicare il luogo, invisibile ai lettori, dove si disegnano le pagine, si leggono e correggono gli articoli, si scelgono le fotografie, si fanno i titoli. Chi scrive e firma ha una ribalta. Loro, i cucinieri, no. Ma tutti assieme, appunto, abbiamo gioito.

Perché, diciamolo, il giornalismo ultimamente ha preso tante sberle (alcune meritatissime). Socialmente, rispetto al passato, non ha più la stessa allure. E sta affrontando un cammino difficile nell’universo digitalizzato della comunicazione. Però, si può mai immaginare il corretto funzionamento di un sistema democratico in assenza di giornali? Affidiamo la risposta, fiduciosi, a chi dovrà distribuire le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).