Tamponi Covid (Dire)
Tamponi Covid (Dire)

Roma, 22 marzo 2020 -  Professor Ricciardi, passano i giorni e l’epidemia avanza. Che cosa resta da fare, a parte mantenere le distanze?

"Alla luce dei dati aggiornati si stanno rielaborando le strategie per bloccare la catena dei contagi", assicura Walter Ricciardi, epidemiologo dell’Università Cattolica di Roma, superesperto del ministero della Salute.

La Corea è uscita dall’emergenza Coronavirus attraverso tamponi mirati, incrociando i dati delle celle telefoniche. L’Italia segue le direttive Oms, ma come abbattere questi numeri da bollettino di guerra? 

"L’Organizzazione mondiale della sanità è sempre stata coerente. Noi pure. Ora, il tracciamento dei contatti è la strada che porterà a un contenimento più efficace dei contagi, perciò è essenziale farlo in modo sempre più stringente. Dalla Corea abbiamo tratto insegnamenti". 

Quando il medico scova il paziente Covid-19 lo mette in isolamento. Ma chi andrà a vedere se ci sono positivi tra i familiari o i colleghi di lavoro?

"Questo è il punto. A livello centrale stiamo elaborando un protocollo, a livello periferico bisogna poi attuarlo. Per questo, con il ministro e con altri esperti, stiamo valutando tutti gli strumenti, tecnologici ed epidemiologici, per migliorare ulteriormente questo tracciamento. È già stato sottolineato come sia importante allargare le ricerche, risalire alle 48 ore precedenti rispetto all’insorgenza dei sintomi di un caso positivo al Covid-19".

L’Italia sembra aver sottovalutato finora i portatori asintomatici che diffondono il virus. Criticavamo il Regno Unito perché metteva in conto i morti e limitava i controlli. 

"Adesso dovremo adottare una strategia coreana. Si faranno ancora più tamponi, ma al momento non è pensabile, e non è utile, eseguire tamponi di massa. Ne abbiamo fatti già oltre 200mila. Il modello coreano non è quello di fare tamponi a tutti i suoi 50 milioni di abitanti. Il paese asiatico ne ha fatti 300mila mirati, appunto, ai contatti stretti dei pazienti positivi. È qui che anche noi dobbiamo insistere. Peraltro, i cosiddetti test veloci che sono stati proposti da qualcuno, finora hanno dato anche dei falsi negativi",

Ma queste indagini in Italia quando partiranno?

"Stiamo lavorando per essere pronti all’inizio della prossima settimana. Appare chiaro che la strategia dei tamponi, la ricerca dei casi positivi, va attivata su tutti i soggetti entrati in contatto con persone malate nei giorni precedenti alla diagnosi. Stiamo imparando, dicevo, proprio dai coreani, in modo da tracciare meglio i casi sospetti".

Chi andrà a caccia del cosiddetto portatore sano?

"La nostra Costituzione affida alle Regioni questo compito, sono azioni sanitarie da compiere a livello locale, lo Stato può coordinare, indirizzare, controllare, ma senza sostituirsi".

La commissione tecnico scientifica del ministero non ha gli strumenti per indicare chi deve fare cosa?

"Sono strumenti programmatori, non operativi, quelli che possiamo mettere in atto, a meno che non subentrino ordinanze o decreti della Presidenza del Consiglio".

Negli ambulatori intanto scarseggiano le protezioni e i test. 

"Ma avremo presto 300 medici nella task force della Protezione civile. Sono solo i primi provvedimenti, ne seguiranno altri". 

Per ora si fanno tamponi solo ai ricoverati con polmonite. Che cosa cambierà con l’adozione del modello coreano?

"C’è un cambiamento di strategia, anzi una evoluzione".

Col senno di poi, il cambio di rotta andava fatto prima?

"C’è una epidemia in corso, avevamo mille problemi da affrontare. Certo, ora che abbiamo visto i risultati elaboriamo un modello italiano basato sull’esperienza di Seul, nel rispetto dei diritti civili che riguardano l’accesso ai dati personali. L’esigenza resta quella di bloccare l’epidemia".

 

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