Marcello Contento con i suoi allievi
Marcello Contento con i suoi allievi

Roma, 30 marzo 2018 - "Educazione alla vita come materia scolastica? Potrebbe essere una svolta.  Una novità che deve mettere radici per arrivare nel profondo", dice il prof 35enne Marcello Contento, docente di Economia Aziendale all’istituto tecnico Dagomari di Prato. È stato lui  a sperimentare insieme ai suoi alunni una settimana di digiuno dai social. E il risultato è stato sorprendente: buoni voti, passeggiate, sorrisi, giochi di società. E guardarsi negli occhi. È stata la riscoperta di un mondo fatto di sensazioni vere, passione, vita non filtrata da uno schermo. "Un’educazione alla vita, che non dovrebbe restare confinata in un esperimento, ma diventare materia di studio", ripete.

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Andavate al parco, a cena insieme, a passeggio. Ma non è stata una settimana di vacanza, piuttosto di grande insegnamento. Una possibilità per riappropriarsi della vita vera?
"Assolutamente sì. È stata un’educazione a tutto tondo. Adesso riesco a insegnare meglio anche la didattica. Quando si innesca questo meccanismo tutto migliora. Nel periodo ‘zero social’ abbiamo tenuto un diario dove appuntavano sensazioni, emozioni e paure".

Non è stata una esperienza fine a se stessa, quindi. 
"È stata una settimana particolare, ha avuto effetti traumatici che hanno lasciato un segno".

Positivo?
"Ovviamente positivo. I ragazzi che hanno partecipato hanno capito cosa stavano perdendo e oggi sono più consapevoli: prima di collegarsi a Facebook o Instagram ci pensano due volte. Invece di chattare, scambiano una battuta col compagno che hanno accanto. Intendiamoci i telefonini sono utili, ma se usati con consapevolezza".

Un miracolo?
"Non ci facciamo caso, ma i social rubano tempo alla vita. Solo dopo un’esperienza come questa ci si accorge di quanto gli smartphone siano totalizzanti".

I giovani tendono a veicolare tutto attraverso il cellulare: i rapporti interpersonali, i primi amori, persino l’educazione sessuale avviene con un video.  
"È un errore e quello che è peggio sono i modelli che passano attraverso i social, ma  trovano esempi pessimi a livello di valori".

La scuola può avere un ruolo in questo processo?
"Certamente, ma deve essere supportata da famiglie e istituzioni. La scuola ha un ruolo determinante nella formazione, l’invito che rivolgo è ad avviare una riflessione per incanalare in qualcosa di più strutturato quello che per noi è stato un esperimento. I risultati mostrano che i ragazzi sono disposti a imparare, sta a noi trovare il modo per insegnare non solo la didattica, ma anche a usare in modo sano il cellulare". 

L’abbiamo chiamata educazione alla vita. Potrebbe diventare una materia di studio al pari della matematica o del latino?
"Certamente. È qualcosa che deve mettere radici per arrivare nel profondo. Va strutturata come una materia di studio, in modo costante e duraturo. Sarebbe sbagliato lasciare cadere nel vuoto questa esperienza che ho vissuto in prima persona chiudendo il cellulare in un cassetto insieme ai miei alunni".  

Quindi dovremmo inserire l’educazione alla vita tra le materie di studio?
"Senza dubbio".

Ma come riuscì a convincere i suoi alunni a lasciare il telefonino per una settimana?
"È nato tutto un po’ per gioco. Una scommessa. E basta con questi cellulari... L’ho ripetuto spesso da prof, da qui è nata l’idea di avviare una sorta di digiuno dalla tecnologia. La connettività era diventata asfissiante. Abbiamo fatto questa riflessione in classe e sono stati proprio i ragazzi a voler provare".

Il momento più duro?
"Restare senza cellulare non è facile, i momenti peggiori sono stati il pomeriggio e la sera perché le vite dei ragazzi purtroppo sono tutte organizzate in base al cellulare che occupa gran parte delle loro giornate, senza telefonino non sanno cosa fare. Non esistono più momenti in cui ci si siede e si riflette, quando i ragazzi hanno un attimo che potrebbero impiegare in mille modi anche solo parlando tra loro, cosa fanno? Tirano fuori il cellulare e parlano sì, ma tramite WhatsApp...".

Esperimento contagioso?
"È accaduto un effetto strano. Quando gli altri studenti della scuola ci vedevano così affiatati, contenti, che facevamo battute e ridevamo insieme, erano attratti da questo bel rapporto che si era creato tra noi. Moltiplichiamo questo effetto: impariamo l’educazione alla vita".

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