Studenti in una foto d'archivio (Fornasari)
Studenti in una foto d'archivio (Fornasari)

Lezioni di vita 4.0. Reale e virtuale. Un’ora, due, ogni settimana. Integrate nell’orario scolastico e non lasciate all’iniziativa di qualche preside, dirigente scolastico o insegnante di buona volontà. Per spiegare come si vive insieme, per affidare a un insegnante con i giusti titoli lezioni che aiutino i più giovani – dai bambini ai diciottenni – a capire come si digerisce e si affronta la violenza della realtà. Per aiutare genitori sempre più in difficoltà e, spesso, senza i mezzi adeguati per sostenere i propri figli nell’attraversare gli tsunami dell’età nel mondo digitale.
È la nostra proposta, che avanziamo aprendo un’inchiesta in più puntate per dare una piccola spinta nella direzione che reputiamo giusta: quella dell’educazione civile. In tutto questo il web può essere una parte della soluzione non solo, come ora, del problema. La violenza esiste da quando gira l’universo, ma Internet può aumentarne l’intensità e far sì che tagli gli strati sociali o si manifesti in tempi e modi tali da portare fuori strada chi, da sempre, si assume il compito di allevare bambini e bambine per farli diventare ragazzi e ragazze, uomini e donne. Tutti, spesso, lasciati soli davanti a una missione impossibile: decifrare la realtà, saperla leggere e affrontarla con il cuore ma senza averne i mezzi. Diciamola tutta: una volta era più semplice. I più giovani crescevano guidati da genitori, nonni, fratelli e amici più grandi – ma anche maestri, parroci o allenatori sportivi – che sapevano come uscire dai passaggi esistenziali perché c’erano passati a loro volta. Oggi non è più così, per diverse ragioni.
 
La prima: quei ruoli sono andati spesso perduti. La seconda: l’analfabetismo digitale dei più grandi rende loro difficile capire e guidare i più giovani. La terza: Internet e i social media, riflettono i nostri comportamenti reali e li amplificano ben oltre le nostre previsioni. I bulli nei corridoi e nei cortili delle scuole, per esempio, ci sono dai tempi di Giamburrasca, Pinocchio o Lucignolo. Ma oggi hanno a disposizione un mezzo che, da un lato, può esaltare le angherie, il senso di onnipotenza e scatenare una terribile imitazione dei comportamenti peggiori. Dall’altro lato, in una sorta di guerra asimmetrica, non riesce a dare lo stesso potere ai buoni, ai Garrone di turno. Così i modelli violenti – dai videogame alle crime fiction, dai social ai comportamenti reali di un Paese sempre più maleducato – si propagano veloci e inafferabili trovando barriere spuntate e antidoti scomparsi. Chi insegna ai genitori come intepretare una realtà virtuale che a loro sfugge? Chi insegna ai ragazzi come reagire agli stimoli negativi che li circondano? Chi istruisce gli insegnanti? La risposta è nota: nessuno. O quasi. C’è una legge che prospetta un generico impegno a parlare di bullismo e dintorni. In pratica poco o niente. È ora di cambiare rotta. La nostra proposta – un’ora di «lezioni di vita 4.0» dentro l’orario scolastico – l’avanziamo nel limbo che ci separa dal prossimo governo, a Parlamento appena insediato. È un messaggio in bottiglia affidato a chi lo vorrà cogliere. Con coraggio e rapidità. Se le parole faranno naufragio non basterà a lavarci la coscienza, ma sarà sufficiente a zittire bocche piene di promesse indigeribili se non diventano fatti. 

(1 – Continua)