Scuola o comune che vai, regola sui vaccini che trovi. L’uguaglianza davanti alla legge è sempre più un miraggio nella vita quotidiana delle famiglie. Non c’è ormai obbligo, diritto, vincolo o facoltà, ad applicazione «nazionale», che non siano gestiti e attuati dalle Pubbliche amministrazioni a seconda della regione, della città, del quartiere nel quale si vive. O, addirittura, a seconda dello stesso pubblico funzionario nel quale ci si imbatte. 

E così quello dei criteri, delle scadenze, dei paletti relativi alle nuove norme sulle vaccinazioni è solo l’ultimo caso di caos annunciato, dentro una lunga sequenza di vicende di kafkiana burocrazia che fanno dannare ogni giorno cittadini, famiglie, imprese. Vicende e vicissitudini che hanno in comune, sovente, due, tre pratiche tipiche, più che della politica, del malcostume consolidato dei grand commis e dei capi degli uffici legislativi del Belpaese: il linguaggio volutamente ambiguo e obliquo dei testi legislativi e amministrativi, in maniera che le interpretazioni possibili siano sempre più di una; il gioco dello scaricabarile a danno sia dei poveri malcapitati funzionari pubblici che sono chiamati ad applicare le regole in concreto, sia, soprattutto, delle famiglie, costrette a rincorrere pareri e scartoffie da uno sportello all’altro e a trovarsi solitamente dentro gironi infernali dai quali è un’impresa riuscire a venire fuori. E però se l’andazzo generale è questo, il mix di irresponsabilità (in senso tecnico) e di fatalismo (all’insegna del «tanto un esamotage si trova») finisce per diventare drammaticamente odioso quando di mezzo ci sono bambini (come sta accadendo per i vaccini), anziani, persone in condizione di disabilità o di disagio socio-economico. In queste circostanze, la maldestra e fredda ambiguità di leggi e circolari non produce «solo» perdite di tempo e di denari, ma rischia di trasformarsi in sofferenza vera per chi è già più fragile di suo.