È PASSATO un anno e mezzo dal suo ingresso alla Casa Bianca. Eppure dopo ogni terremoto di organigramma i grandi giornali, ostili al 90 per cento, insistono sulla erraticità, sul narcisismo di Donald Trump, sul suo continuo cambio di direzione. Qualche esempio. Caccia Sean Spicer e hanno vinto i falchi. Caccia Steve Bannon e hanno vinto le colombe con in testa la prediletta figlia Ivanka. Poi toglie le credenziali al marito di Ivanka e hanno vinto di nuovo i falchi. E ancora il contrario quando se ne va Omarosa Manigault, la bellissima donna di colore che lo assisteva sin dai tempi del televisivo Apprentice. Ora che, senza nemmeno una telefonata, matura la Rexit, vale a dire l’uscita di Rex Tillerson dal dipartimento di Stato, il pendolo si sposta dalla parte opposta. Hanno vinto di nuovo i duri e puri del trumpismo?

Nelle conseguenze certamente, come indica la nomina del successore, l’italo- americano Mike Pompeo. Ma non è per le pressioni che Trump ha messo online il tweet del licenziamento. È per lo stile manageriale che si è portato dietro dalla vita reale come dalla fiction televisiva. In Apprentice, il reality show della Nbc, un Donald Trump che sino al 2015 mai avrebbe immaginato di diventare presidente, licenziava un impiegato dopo l’altro. La sua frase simbolo era appunto: «You’re fired». Licenziato in un minuto, senza spiegazioni né tanto meno il soccorso di un improbabile articolo 18. Tanta spregiudicatezza non è la spia di un’incostanza comportamentale. Al contrario è la conferma del carattere dell’uomo, del tycoon nella cui categoria rientrano i magnati, i baroni dell’industria, gli squali della finanza. Al primo dubbio via. A dire la verità Tillerson era un’eccezione, perché di dubbi, soprattutto sulla Russia, ne aveva sollevati parecchi. Ma alla fine è stato trattato come gli altri. Anzi un po’ peggio.