Se falliamo sul Recovery Fund avete il diritto di mandarci a casa. Una frase a effetto, una sfida, una scommessa: se non fosse che l’avviso del premier Giuseppe Conte, davanti agli studenti dell’Istituto "De Gasperi" di Norcia, può andare bene per un titolo e per acchiappare like - i famosi ’mi piace’ - su Facebook, ma non promette tanto bene come prospettiva. Ad Alcide De Gasperi, del resto, non sarebbe mai venuto in mente di ipotizzare una débâcle per il Piano Marshall. Ma questa è l’estetica della comunicazione. Il punto preoccupante è, invece, sostanziale.

Un eventuale fallimento del "nostro" Piano europeo da più di 200 miliardi di euro non sarebbe solo catastrofico per il governo (il che potrebbe lasciare anche indifferenti), ma si rivelerebbe una tragedia per un Paese che di quelle risorse ha maledettamente bisogno per tentare di rimettersi in carreggiata. Eppure, bastano due, tre numeri per rendersi conto che siamo partiti con il piede sbagliato e che la "irripetibile occasione", come la definisce il Ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, rischia di trasformarsi nel ripetibile e solitamente ripetuto assalto alla diligenza di tradizione italiana. Ebbene, i progetti presentati dai Ministeri, svuotando metaforicamente i polverosi cassetti delle scrivanie nostrane, sfiorano quota 600. I miliardi di euro richiesti, invece che 209, sono circa 700.

Dentro questo caleidoscopio di proposte c’è di tutto: i grandi progetti per sanità, verde, digitale, ma anche una miriade di iniziative minime. Manca solo (ma non è detto che non lo inseriscano) il contributo per la festa del patrono, e però il finanziamento per rifare la facciata della Farnesina c’è.

Insomma, niente a che vedere con il Piano che sta preparando, per esempio, il governo francese. Uno sguardo sul sito istituzionale dell’esecutivo d’Oltralpe, come suggerisce di fare il leader di Azione, Carlo Calenda, e la differenza emerge plasticamente: pochi, significativi mega-interventi che incidono radicalmente sui grandi ambiti dell’economia e della società: infrastrutture innanzitutto. E’ esattamente quello che Conte e Gualtieri dovrebbero riuscire a pretendere dai ministri anche da noi e per noi al posto dell’applicazione del Manuale Cencelli 4.0 delle operette.

Il fallimento eventuale del nostro Recovery Fund, dunque, non si vedrà alla fine del percorso: si può cominciare a vedere e a evitare fin da subito. E se è vero che non abbiamo, purtroppo, i grand commis dell’Ena di Parigi, non per questo dobbiamo accontentarci del copia e incolla dei direttori generali dei nostri ministeri.