L’intreccio fra religione e politica non è certo nuovo in Italia, ma mai si era manifestato con le caratteristiche di rozzezza e teatralità che contraddistinguono Salvini, sollevando ben motivati sospetti sul suo uso strumentale della religione. E certo le vivaci proteste che si sono alzate in Senato durante la risposta del capo della Lega a Conte erano dirette a questa volgare utilizzazione, a fini elettorali, di una realtà percepita come molto più degna e grande.

Ma in molti contestatori è affiorato anche un disprezzo che arriva a coinvolgere questo tipo di fede, che potremmo chiamare popolare e che viene assimilata alla superstizione pura e semplice. Per di più proprio in un momento storico in cui si chiede giustamente il rispetto di tutte le tradizioni religiose, anche di quelle difficilmente comprensibili o assimilabili, come il velo per le donne o alcune proibizioni alimentari.

Invece, per i moltissimi italiani devoti della Madonna di Medjugorje – oppure che portano con sé il rosario pensando che li protegga dal male, del resto in coerenza con la tradizione ancora radicata di seppellire i morti con un rosario fra le dita – le élite sembrano non avere indulgenza né rispetto. Con giudizi, spesso impietosi ed espressi anche da non credenti, su come si pensa debba essere la fede. Cioè come se la fede dovesse per forza assumere una forma presentabile, e non fosse invece per molti, forse per troppi, solo la risposta a un bisogno di protezione provato da chi patisce una sofferenza o, per i motivi più diversi, una sensazione di insicurezza.

La Chiesa stessa, del resto, ha dato prova di grande difficoltà nel definire la questione delle apparizioni di Medjugorje, nonostante la sua lunga tradizione di mediazione fra una religiosità alta e una di tipo più semplice e popolare. Che lezione trarne? Invece di dare i voti a chi appartiene alla religione giusta, quella più dignitosa, bisognerebbe rispettare la fede sincera di ciascuno, senza permettersi di giudicarla. Ma anche senza farne un uso strumentale.