Magari i sostenitori non lo sanno, ma il reddito di cittadinanza o come lo si voglia chiamare in altro modo, reddito di inclusione e simili, è stato un’idea dell’immaginifico Gabriele D’Annunzio, che la fece sua ai tempi dell’avventura di Fiume, durante la quale vennero adottate molte forme da moderno Stato democratico. Anche se, allora come spesso succede ora, a parole ne furono dette tante ma nei fatti non successe poi nulla perché quell’avventura politica ebbe vita breve e dopo un anno e mezzo si esaurì. Anche allora si parlava di immigrati e venne sancito il diritto di asilo per coloro che per vari motivi volevano la cittadinanza, ovviamente i numeri di quel piccolo Stato non avevano nulla a che fare con i nostri. Venne sancito, come si diceva, che fosse assicurato a tutti i cittadini «un minimo di salario bastevole a ben vivere», che detto in questo modo così generico sembra una dichiarazione uscita senza copertura finanziaria da un programma elettorale dei nostri partiti di oggi. 
Nulla di nuovo sotto il sole, anche se lascia stupiti la modernità della Carta costituzionale di quello Stato utopico, che cominciò nel ’19 e si concluse nel ’21. Una Carta che sanciva libertà di pensiero, di stampa, di riunione, di associazione, la parità fra sessi, il diritto alla scuola, al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’indennità di disoccupazione, alla pensione di vecchiaia, all’inviolabilità del domicilio, al risarcimento in caso di errore giudiziario o abuso di potere. Praticamente il ritratto dello Stato che vorremmo avere oggi e che ancora induce tanti cittadini a pensare possa essere possibile. Nonostante la conclamata e ripetuta dimostrazione che i nostri politici hanno dato nel mostrarsi più capaci a dire che a fare. Da bravi e incorreggibili dannunziani.