Tra il Conte I e il Conte II ci sono 544 provvedimenti attuativi ancora in sospeso ai quali se ne devono aggiungere altri 341 dei governi precedenti. Pochi numeri per indicare il male neanche oscuro che asfissia e soffoca la possibilità di investire in infrastrutture nel nostro Paese. A darli è il Presidente dell’Associazione dei costruttori, Gabriele Buia. E allora suonano paradossali le parole del ministro Paola De Micheli, quando spiega che "noi apriamo i cantieri". Anche perché, al contrario, un altro ministro, Stefano Patuanelli, quasi costernato ammette: "Sentire che non c’è più la fiducia delle imprese nello Stato è un colpo al cuore. Ma le parole di Buia sono motivate".

Diciamolo subito: mai come nell’ambito delle costruzioni pubbliche il Coronavirus si sta rivelando "solo" come la causa finale di un processo degenerativo della capacità di investimento dello Stato e degli enti locali che ha visto ben altri virus in azione negli anni. Pochi elementi danno il quadro a tinte fosche di quello che è accaduto nel Paese in uno dei suoi settori strategici.

In un decennio sono stati spesi solo 1,5 miliardi di euro dei circa 6 stanziati per fronteggiare il dissesto idrogeologico della Penisola. In venti anni – accusa Buia - "nulla è stato fatto per risolvere i veri blocchi decisionali che si concentrano in gran parte nella fase precedente alla gara (70 per cento dei casi dalle nostre stime)". Il Codice degli appalti? "Incompleto dopo quattro anni dal varo e continuamente derogato".

Il cosiddetto recente decreto "semplificazioni"? "Interviene solo sulle fasi di gara, a discapito di concorrenza e trasparenza, senza intaccare il meccanismo precedente fatto di pareri, competenze sovrapposte e centri decisionali intoccabili". E si potrebbero aggiungere i ricorsi ai Tar e al Consiglio di Stato, gli arbitrati, le conferenze di servizio, la miriade di valutazioni e contro-valutazioni ambientali, i mille vincoli e le centinaia di interferenze delle decine di autorità di controllo.

Eppure, di tutto questo inferno di norme e cavilli, rendite di posizione e stazioni doganali a raffica con gabellieri occhiuti, c’è ben poca consapevolezza ai piani alti (ma anche a quelli bassi) della politica. Ci si imbroda e ci si autoassolve con annunci retorici e programmi fantasmagorici, ma il rischio è quello di avviarsi allegramente a sprecare anche l’ultima, epocale occasione per tentare di "rifare" l’Italia: quel Recovery Plan che vale la pena pronunciare secondo la versione inglese, perché i nostri burocrati hanno provveduto già a chiamarlo con una formula astrusa.