Sedici anni. Ci vuole una forza spaventosa per mettersi davanti a un monitor (ciò che di più freddo esista), entrare in un social, poche ore dopo aver perso (per sempre) un figlio di 16 anni, e scrivere quello che i genitori di Daniele hanno scritto. Sì Daniele, come dicono i suoi genitori, "ha fatto una stronzata" che ha pagato con la vita. E la vita è una sola e non venti come nei videogame evocati da sua mamma. Ma non serve ora giudicare cosa abbia spinto un 16enne a rubare le chiavi dell’auto della madre e portarsi a bordo altri sette amici. E serve forse ancor meno chiedersi da cosa stesse scappando o cosa andasse a cercare. Di letteratura (e anche di cinema), con toni inevitabilmente tragici, ne è stata costruita tanta sui ribelli senza causa. Così iconici e intriganti da essere emulati. A 16 anni è giusto essere ribelli. E avercela col mondo, anche senza una causa apparente. A 16 anni la vita ti illude che tutto sia possibile (o quasi), che tutto sia raggiungibile (o quasi).

Poi alla prima vera botta, quando ti accorgi che non è così, il contraccolpo è potente. Un grammo di adrenalina in più in un sabato notte per sentirsi vivi, il brivido che corre lungo la schiena, ma il brivido poi vola via. Come la vita, l’unica che abbiamo a disposizione. Nel dibattito che si apre ogni volta che accade una tragedia del genere si arriva spesso alla conclusione che gli adolescenti di oggi abbiano smesso di sognare e di emozionarsi. E che per far fronte a questa carenza cerchino un moltiplicatore di emozioni. Venticinque anni fa, quando Kurt Cobain se ne andò, lasciò ai posteri la frase: "Meglio bruciarsi subito che spegnersi lentamente". Non tutti, pur ascoltando le canzoni dei Nirvana, seguirono il suo consiglio. C’erano già le sue canzoni a dare i brividi necessari per emozionarsi. E per, come chiedono i genitori di Daniele, continuare a vivere la vita. Pienamente.