È banale, lo so. Eppure, è vero. Con Felice Gimondi se ne va un altro pezzo dell’Italia migliore. È l’ultima fuga, quella senza ritorno, di un campione che seppe farsi icona culturale, simbolo di resilienza e di resistenza a cospetto del Cannibale, Eddy Merckx. Non per niente al figlio della postina della provincia bergamasca sono state dedicate canzoni e opere letterarie: perché in fondo nella sua ostinata lotta per la sopravvivenza agonistica ci siamo riconosciuti tutti. Spesso Gimondi era uno sconfitto senza mai sentirsi un perdente: è una differenza sottile, è il senso autentico del nostro vivere.

Ah, Felice! Per i bambini anni Sessanta lui era una biglia da spiaggia, dominava il Tour e noi sulla sabbia idealmente lo mandavamo avanti con le nostre dita. Lui pedalava e soffriva e la voce di Adriano De Zan usciva dai televisori antichi in bianco e nero eppure noi Gimondi lo vedevamo a colori, il colore della maglia rosa, il colore della maglia gialla, l’arcobaleno dell’iride.
Quando diventò campione del mondo, una domenica di settembre 1973, ero in casa con mio padre. Papà era cresciuto nel mito di Coppi e di Bartali e stravedeva per la vittima di Merckx. Cominciò la volata, Eddy naturalmente c’era, su quel rettilineo di Barcellona, c’erano pure l’altro belga Martens e lo spagnolo Ocana. Zero speranze, mi dissi. Invece, come se fosse spinto da milioni di dita, le dita dei bambini in spiaggia, Felice si aggiudicò quello sprint incredibile e mio padre tirò su col naso, perché Gimondi era un eroe che sapeva anche farti piangere.
Questa storia l’ho raccontata al diretto interessato, non molto tempo fa, a Maranello. Lui fece un sorriso sghembo, nel tempo aveva trasformato la forza delle gambe nell’intelligenza dell’imprenditore di successo. Mi chiese di papà e senza spocchia si concesse una riflessione sulla generazione del Boom economico, su quella Italia che nel sogno vedeva una ipotesi di realtà e si sacrificava perché quella ipotesi diventasse certezza quotidiana.

Felice questo ha fatto, sulla bicicletta e in ogni giornata che il destino gli ha offerto. Gli ho voluto bene, gli abbiamo voluto bene. Grazie e scusa, se ieri non eravamo là, sull’ultimo traguardo, a spingerla ancora avanti, quella biglia che è la vita.