Roma, 12 luglio 2018 - È già da qualche decennio che l’Italia vive la sindrome del cambio di governo come un’ordalia tra riforme e controriforme, uno stop and go di innovazioni e ritorni al passato, una giostra senza fine di regole introdotte e revocate nel giro di pochissimi anni, quando non di mesi. Ma nessun Paese, nessuna famiglia, nessuna impresa, nessuna istituzione può reggere e progredire in una condizione di terremoto perenne, di incertezza diffusa e strutturale come stato permanente del vivere civile. Dunque, risuonano come parole di buon senso quelle pronunciate dal neo ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, che, al contrario dei proclami di battaglia rilanciati in campagna elettorale, ha avvisato che l’obiettivo è riallineare la legge sulla Buona scuola ma non abolirla, né stravolgerla, anche perché bisogna «ricreare un clima di serenità e di fiducia, senza ricorrere a nuove riforme e a ulteriori strappi». C’è da augurarsi che l’intento del responsabile del dicastero di Viale Trastevere trovi sponda e supporto nelle scelte della maggioranza che sostiene il governo.

E se così sarà, sarà una buona notizia per l’Italia. Intendiamoci: che vi sia l’esigenza di correggere, sistemare, aggiornare un provvedimento come la Buona scuola non è in discussione. Quello che, però, va o andrebbe stabilito in maniera bipartisan è che non può essere la furia dell’ideologia del cambiamento fine a se stesso a dover indirizzare le decisioni politiche dei vincitori di turno. Ma, semmai, una adeguata verifica degli effetti delle riforme pregresse, con interventi chirurgici e azioni mirate. Purtroppo, fino a oggi è invalso l’uso di smantellare l’impianto normativo costruito dal governo precedente a prescindere da ogni fondato monitoraggio dei risultati. Questo vortice di riassetti e contro-riassetti ha riguardato ambiti delicati e rilevanti del nostro patto comunitario: basti pensare alle mille regole che si sono rincorse in materia previdenziale, con la conseguenza della dannazione continua per cittadini, famiglie e imprese. Né possiamo trascurare che è proprio di questi giorni un segnale opposto a quello lanciato dal Ministro Bussetti: sul lavoro sarebbe stato il caso di ponderare bene le nuove norme prima di organizzare la guerra santa al Jobs Act.