Ci mancavano solo i No Tav. Perché è vero che nonostante la pandemia, la vita più o meno continua. Dunque, continuano anche i problemi, i nodi irrisolti, i contrasti. Continua persino la democrazia, nonostante i Dpcm e i governi mai scelti dagli elettori. Insomma, che ci sia qualcuno a cui il progetto della Torino-Lione non piaccia anche ai tempi del virus, è normale e legittimo. Ci mancherebbe. Che questi contrasti si traducano in azioni di guerriglia, lanci di pietre, biglie, e addirittura cavi d’acciaio tesi da una parte all’altra di una autostrada, roba da tentato omicidio solo a pensarla, beh, scusate, ma proprio non ci sta. 

Non ci stava prima, nella ultra decennale guerra della Val Susa, e ci sta ancora meno oggi. Non ci sta il lamento per la manifestante colpita da una lacrimogeno lanciato dalla polizia per respingere un assalto. Non ci sta perché questa signora con un curriculum di illegalità da master in diritto penale, fa di mestiere la No Tav, e non si deve stupire se le forze dell’ordine fanno di mestiere quelli che contrastano i tentativi violenti, il disordine. Non ci sta nel momento in cui c’è fame, quella vera, essendoci fame di lavoro. Allora, è vero che lo scopo di creare occupazione non può piegare il Paese ad accettare qualunque cosa. E certo non è il caso di asfaltare anche il Canal Grande come sognavano all’inizio del ‘900 Marinetti e i futuristi per poterci correre sopra con i loro bolidi. Ma in presenza di un’opera internazionale utile, discussa, ridiscussa, decisa, finanziata, e ampiamente avviata sia dal lato italiano, sia ancor più da quella francese, il dissenso violento può avere come unico contenuto e missione la violenza. Intollerabile. Continuare a ragionare, lo si può fare all’infinito; non smetterla di prendere a pietrate gli uomini in divisa, è provocazione. Detto questo, e proprio perché siamo alla vigilia, speriamo, di una scossa che trasformi l’Italia in un grande cantiere, è anche lecito chiedersi se e quanti No Tav nasceranno; se e quanti commissari di polizia bisognerà attivare assieme ai commissari straordinari delegati a curare e a sveltire grandi e piccole opere.

Un quesito legittimo visto che i cartelli di inizio lavori sono rari come i "Gronchi rosa". Allora, in val Susa e ovunque sia garantito a tutti il diritto di dissentire. Civilmente. Ma anche allo Stato il dovere di fare. E di fermare chi vuole impedire che si faccia.