La capsula con le microcamere al suo interno per filmare l'intestino - foto Medtronic
La capsula con le microcamere al suo interno per filmare l'intestino - foto Medtronic
In campo medico, per indagare i disturbi legati all'intestino, le tecniche maggiormente usate oggigiorno sono la gastroscopia e la colonscopia, metodi per esplorare il tratto iniziale dell'intestino e il colon e scoprire eventuali lesioni o occlusioni, ma piuttosto invasivi per i pazienti. Da un po' di anni, a questi esami diagnostici si è affiancata anche l'enteroscopia con videocapsula, una soluzione quasi da fantascienza che sfrutta le nanotecnologie e offre la possibilità di perlustrare anche il piccolo intestino. In Italia è sottoutilizzata e vale la pena scoprirla più da vicino.

CHE COS' È LA CAPSULA CHE FILMA L'INTESTINO

La protagonista di questo tipo di esame è una capsula, delle dimensioni di una pillola, che il paziente può assumere con un bicchiere d'acqua. Dentro la capsula sono montate una o due nano-camere, che hanno il compito di registrare immagini dell'intestino durante la naturale peristalsi. A seconda dell'indagine richiesta esistono quattro modelli diversi di capsula endoscopica (o videocapsula), ognuna dedicata a un preciso segmento gastrointestinale (intestino tenue, intestino crasso, tratto gastrointestinale superiore, malattia di Crohn).

A COSA SERVE?
La capsula endoscopica è stata una conquista della medicina che oggi permette di indagare il piccolo intestino, un tratto lungo 6 metri, che prima era sondabile solo tramite operazioni chirurgiche o radiologia. In particolare, il suo utilizzo è indicato in caso di sanguinamento dell’apparato digerente oscuro (non rilevabile con colonscopia e gastroscopia), quando si sospetta la presenza di polipi, in casi di celiachia resistente ai trattamenti, di malattia di Crohn difficile da diagnosticare, di malattie genetiche che possono sfociare in tumore all'intestino.


PERCHÈ È ANCORA POCO UTILIZZATA?

In Italia questa tecnica è ancora poco conosciuta, nonostante i medici italiani siano stati tra i primi a impiegarla anni fa. Il motivo? La mancanza di una uniformità nella normativa nazionale sulla rimborsabilità: in alcune regioni, l'intervento è tariffato come procedura ambulatoriale, in altre è riconosciuto dietro ricovero ospedaliero. È recente il suo inserimento nei nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), cosa che potrebbe portare a una tariffazione omogenea su tutto il territorio nazionale e a un maggiore utilizzo.