Murren (Svizzera), 7 giugno 2016 - Scendi dalla funivia, incroci sullo schermo a led lo sguardo di George Lazenby nei panni di “Bond, James Bond”, e la prima battuta che ti viene in mente è la stessa con cui 47 anni fa l’attore australiano è entrato nel mito dell’agente col doppio zero: "Non era mai successo a quello di prima!". Mai Sean Connery aveva visto, infatti, un suo film identificarsi così tanto in una località sede delle riprese come accaduto ad “Agente 007 - Al servizio segreto di Sua Maestà” di Lazenby con lo Schilthorn, la più alta cima delle prealpi svizzere teatro nel ’68 di quella che per gli appassionati rimane una tra le migliori pellicole della saga.

Merito del copione-capolavoro di Richard Maibaum, dalle musiche di John Berry, dalla regia di Peter Hunt, dalle formidabili riprese aeree di Johnny Jordan, l’operatore volante appeso all’elicottero, ma soprattutto di uno scenario mozzafiato come la regione dello Jungfrau. I lavori di adattamento del ristorante montano utilizzato per il film a “sacrario” dell’eredità bondiana finiranno il prossimo dicembre, ma già da un paio d’anni impazza il marketing attorno a questa sua trasformazione in chiave 007. Quattro gli elementi topici: il Bond Cinema, il museo interattivo Bond World 007, le Bond Silhouettes sparse in vari punti del complesso, e la 007 Walk of Fame, disseminata di totem su cui cast e troupe impegnate al tempo nelle riprese hanno lasciato le firme, foto e impronte.

Emozioni d'alta quota. Quella dello Schilthorn è una storia iniziata 55 anni fa, quando Ernst Feuz, ex campione di salto con gli sci, tracciò su una mappa il percorso meccanizzato di 6.966 metri che da Stechelberg portava all’abitato di Mürren e da lì prima a Birg, e poi alla vetta dello Schilthorn, dove sarebbe sorto il più alto ristorante girevole del mondo. La costruzione iniziò nell’estate del ’61, ma le difficoltà allungarono i tempi di realizzazione e gli 8,5 milioni di franchi preventivati inizialmente diventarono 25. L’impresa languiva sui suoi bilanci in rosso ormai da anni quando, nella primavera del ’68, il direttore di produzione Hubert Fröhlich scoprì che il “Piz Gloria” vagheggiato da Ian Fleming nel suo romanzo esisteva realmente; ed era lo Schilthorn. Con un investimento di circa 500.000 franchi svizzeri la Eon Production realizzò difronte al rifugio pure una eliporto. Sarebbe diventato il set per l’attacco degli elicotteri a Piz Gloria.

Le riprese. Primo ciak il 21 ottobre 1968. Numerose le storie legate alla lavorazione raccontate nel museo. Nella celebre scena della fuga di Bond da Piz Gloria aggrappato ai cavi della funivia, ad esempio, la controfigura George Leech utilizzò un paio di ganci d’acciaio nascosti sotto ai palmi delle mani. Ma il gelo sulle funi iniziò a far scivolare pericolosamente Leech verso valle. Fu salvato da un collega appostato sul pilone più vicino. La valanga con cui lo spietato Blofeld tenta di travolgere l’agente segreto fu creata realmente. Da un elicottero vennero lanciati alcuni pacchetti esplosivi sulle pendici del Tschingelgrat e la loro deflagrazione causò lo smottamento di 200.000 metri cubi di ghiaccio e neve. Una gigantesca nuvola bianca spazzò via tutto quel che c’era attorno mettendo a rischio pure le attrezzature della troupe. Nel team di sciatori impegnato sullo Schilthorn c’erano pure grandi campioni come lo svizzero Bernhard Russi, oro olimpico di discesa libera a Sapporo nel ’72, e il tedesco Ludwig “Luggi” Leitner, utilizzato per la sua magrezza in alcune sequenze come controfigura (parruccata) di Diana Rigg.

IL MUSEO. Nel Bond World si può ascoltare al telefono la voce di M, il capo dell’Intelligence britannica, infilarsi sotto una riproduzione gigante del kilt di Bond per assistere a un’intervista con Lazenby, mettersi ai comandi di un simulatore e atterrare in elicottero sulla terrazza dello Schilthorn come fa 007 nel film nei panni posticci dell’esperto di araldica Sir Hillary Bray, sbirciare pagine di sceneggiatura, simulare un inseguimento, pistola in pugno, su un bob arancione proprio come quello della pellicola. In sottofondo l’onnipresente voce di Louis Armstrong, che canta “We have all the time in the world”. Raggiungere il sancta sanctorum del mito di mattina (biglietto 102 franchi, 92 euro, non esattamente regalato) rappresenta un’ottima scelta, perché offre al visitatore le migliori condizioni ambientali oltre all’opportunità di gustarsi la Colazione James Bond, ovvero il breakfast continentale arricchito da una coppa di champagne, cosa che, a stomaco vuoto, è già di suo un bell’iniziare.

E se, finita la visita, qualcuno avesse un bisogno impellente scoprirà, non senza sorpresa, che nelle toilette lo scarico è collegato ad un impianto audio; e al fatidico scroscio parte il tema di Bond. Come dire: “Missione compiuta!”. Turisti giapponesi al settimo cielo.