Nuoro, 21 luglio 2016  - Battute all'asta come bestiame, era il destino di alcune ragazze ungheresi fra i 20 e i 30 anni liberate dalla Squadra mobile nuorese. Venivano acquistate a circa 250mila euro ciascuna da un'organizzazione di trafficanti di esseri umani e poi costrette a prostituirsi a Nuoro. 

In manette una coppia residente a Olbia, Salvatore Cualbu, 37 anni, già noto per precedenti per reati contro la persona, e la compagna ungherese Erzsebet Holecko, 36 anni, si erano di recente trasferiti in Gallura, dopo che la polizia aveva cominciato a stringere il cerchio attorno a loro. 

Oggi la coppia è in stato di fermo su disposizione della Dda di Cagliari per tratta di essere umani, riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione di almeno cinque donne ungheresi. 

L'operazione, denominata "Paprika", ha portato alla denuncia anche di due proprietari di altrettanti appartamenti del centro di Nuoro dove le ragazze erano costrette a prostituirsi.

I padroni di casa, non solo sapevano del giro di prostituzione, ma pretendevano anche canoni d'affitto maggiorati e chiedevano prestazioni sessuali in cambio. Tra i clienti del fiorente giro di prostituzione c'erano numerosi professionisti della zona (avvocati, ingegneri, impresari). Esisteva un preciso tariffario, da un minimo di 80 fino a oltre 300 euro. La cifra variava a seconda del tipo di prestazione, del tempo trascorso con ciascuna ragazza e anche dell'uso o meno del profilattico: senza, la tariffa saliva, così come erano previsti "scatti" in aumento per ogni 15 minuti in più. 

In casa della coppia gli agenti della Mobile di Nuoro coordinati dal dirigente Paolo Guiso, hanno sequestrato appunti sull'attività di sfruttamento della prostituzione, dosi di cocaina e viagra. I due risultavano nullatenenti, nonostante disponessero di un'auto Mercedes da 150mila euro e di un fuoristrada. 

Le ragazze venivano comprate in Ungheria e trasferite in Sardegna, poi sistemate in alloggi di fortuna e "istruite" sulle prestazioni e sulle tariffe da esigere dai clienti. Una delle ragazze liberate dalla Squadra mobile viveva in un canile: dormiva su un materasso in una casupola in precarie condizioni igieniche, dov'era stata appena trasferita anche un'altra ragazza appena arrivata dall'Ungheria. Il muro di cinta era sorvegliato da un sistema di telecamere.