La scritta sul Ponte

di Galliera

Una notte d’inverno del 1970. C’è nebbia e fa freddo. Un uomo col cappotto e il bavero alzato cammina rasentando la stazione e imbocca la salita del ponte di Galliera con passo deciso. Quell’uomo è Bruno Pace, calciatore del Bologna, gran piedone, grande nasone, molti svolazzi, molta fantasia, tombeur de femmes di fama, molti cross, pochi gol, soggetto simpaticissimo, appartenente a quella categoria dei matti che Bologna ha amato molto. Come Gil De Ponti, come Bob Vieri, come Marocchino, per intenderci.

Bruno era maestro di donne, di scherzi, ma soprattutto di ironia. Eccolo in cima al Ponte. I treni e la stazione quasi non si vedono, avvolti nella nebbia. Le luci creano aloni nella notte. Pace si ferma davanti al lungo il muricciolo del ponte. C’è scritto "Pace in Vietnam". Lui furtivamente mette la mano all’interno del cappotto ed estrae una bomboletta di vernice spray. Si china e scrive qualcosa. Impiega pochi secondi. Poi si allontana a passo svelto nella notte. Adesso, sotto a quel "Pace in Vietnam", c’è scritto, più in piccolo: "Sì ma anche Pascutti". Perché questo era Bruno Pace.