di Mattia Todisco Milano L’ultima a partire, la prima ad esultare. La stagione vincente dell’Inter è stata quasi una prosecuzione di quella passata. Finale di Europa League il 21 agosto, ultima squadra italiana a chiudere l’annata e conseguentemente a cominciare la preparazione. Anche per questo, forse, la squadra di Conte non è partita con l’acceleratore pigiato. L’Inter ha vinto la Serie A perché i problemi evidenziati in avvio ha potuto risolverli recuperando e poi scavalcando nettamente le rivali, cosa che ad esempio non è accaduta nella fase a gironi di Champions League. Alcune situazioni complicate, difensivamente parlando, le ha camuffate inizialmente facendo affidamento sulle capacità offensive (da 1-3 a 4-3 alla prima partita contro la Fiorentina), altre volte è invece...

di Mattia Todisco

Milano

L’ultima a partire, la prima ad esultare. La stagione vincente dell’Inter è stata quasi una prosecuzione di quella passata. Finale di Europa League il 21 agosto, ultima squadra italiana a chiudere l’annata e conseguentemente a cominciare la preparazione. Anche per questo, forse, la squadra di Conte non è partita con l’acceleratore pigiato. L’Inter ha vinto la Serie A perché i problemi evidenziati in avvio ha potuto risolverli recuperando e poi scavalcando nettamente le rivali, cosa che ad esempio non è accaduta nella fase a gironi di Champions League.

Alcune situazioni complicate, difensivamente parlando, le ha camuffate inizialmente facendo affidamento sulle capacità offensive (da 1-3 a 4-3 alla prima partita contro la Fiorentina), altre volte è invece inciampata. I pari con Lazio, Parma e Atalanta, la sconfitta nel derby per la doppietta di Ibrahimovic. Partite in cui la squadra di Conte creava spesso molto più dell’avversario, senza però riuscire a concretizzare e soprattutto subendo almeno una rete. La rimonta disperata contro il Torino, da 0-2 a 4-2 il 22 novembre, è stata forse l’ultimo assaggio dell’Inter meno concreta e più votata all’estetica.

Battuto il Sassuolo 3-0 a domicilio, pochi giorni dopo aver perso in casa contro il Real Madrid, Conte ha cominciato a dare ai suoi una fisionomia differente. Una squadra più calma, che attacca sì ma si guarda le spalle e ha un gruppo di titolari da cui non deroga mai. Particolarmente in difesa, dove i primi quattro della formazione sono sempre Handanovic, Skriniar, De Vrij e Bastoni, anche quando gli impegni si accavallano uno dietro l’altro. Il Napoli è la prima "big" a cadere in uno scontro diretto contro i futuri campioni. L’indirizzo diventa chiaro: si studia tatticamente l’avversario, quando il punteggio si sblocca ci si rintana nella propria metà campo.

I meccanismi non sono ancora così oliati e Handanovic, dopo settimane di critiche, deve metterci più volte una pezza per fermare i partenopei. Non sono brillanti nemmeno le partite contro Spezia e Verona, ma l’Inter vince. Dopo la sosta conosce un improvviso stop a Genova in una gara dominata e persa 2-1 con la Sampdoria, paga dazio a un periodo infelice di Martinez che sbaglia qualche gol di troppo e costa punti nella Roma giallorossa (2-2) prima di una nuova svolta stagionale. Il 17 gennaio c’è Inter-Juventus. Risultato: 2-0, gol dell’ex Vidal in una delle rare serate felici della sua incolore annata (sia lui che Kolarov non sono mai riusciti a dare il quid in più per il quale erano stati acquistati) e di uno dei simboli della nuova era interista, Barella.

È la prova definitiva della forza della squadra. Il pari a reti bianche in casa dell’Udinese rimanda soltanto la scalata. Permette al Milan di laurearsi campione d’inverno tre giorni prima di un’altra stracittadina che fa nuovamente da sliding door. La partita la risolve Eriksen con una punizione in pieno recupero. Il danese, da primo della lista dei partenti, diventa un titolare. Si adatta al ruolo di mezzala, quando serve scala a regista basso. Alle innate qualità tecniche aggiunge la grinta richiesta da Conte e prende di prepotenza una maglia da titolare. Con l’inizio del girone di ritorno, anticipato di pochi giorni da un 2-1 subito in casa dalla Juventus che pregiudica l’accesso alla finale di Coppa Italia, prende avvio una marcia inarrestabile. L’Inter vince tutti gli scontri diretti: Lazio, Milan, Atalanta. Diventa una macchina difensiva quasi perfetta, non sbaglia un colpo contro le piccole e trova sempre il modo di segnare. Frena pareggiando due volte di fila tra Napoli e La Spezia solo quando ormai il vantaggio sulle inseguitrici diventa quasi aritmeticamente incolmabile. Nel momento in cui la "LuLa" non trova più la via del gol manda a segno tutti gli altri, in primis Darmian che sigla due reti determinanti contro Cagliari e Verona. A Crotone arriva l’apoteosi, 2-0 e festa negli spogliatoi. Ancor prima che Sassuolo-Atalanta sancisca il trionfo definitivo.