Mondiali 2018 senza l'Italia

Roma, 13 giugno 2018  - Va bene, da domani in Russia, ai Mondiali 2018, il mondo intero si raduna attorno ad un pallone. E noi invece no, per i noti motivi riconducibili alla sciagurata ditta Tavecchio-Ventura, per tacere dei demeriti indelebili di Buffon e compagnia. Nemmeno è possibile chiedere consiglio a chi già c’era nel 1958, ultima volta in cui gli azzurri della pedata non si qualificarono per il torneo iridato: all’epoca la televisione era affare per pochi e il calcio non poteva trasformarsi in momento di aggregazione permanente.

Dunque, che si fa? Siamo senza istruzioni! La nostalgia datata 1970 per Italia-Germania 4-3 non ci salverà, così come non sarà di alcun aiuto il pensiero del presidente Pertini in festa per Pablito Rossi nel 1982 e figurarsi a che può servire il ricordo del rigore di Grosso nel 2006, epoca remota e felice in cui mai avevamo sentito nominare lo spread… Però, però. Da un male può sempre nascere un bene e ogni crisi genera una opportunità, per rubare una frase a John Kennedy che l’aveva rubata ai cinesi. E se fosse una lezione, l’estate senza notti magiche aspettando un gol? Se mettessimo a frutto il digiuno obbligato per imparare?

Magari potremmo scoprire la passione per lo spettacolo puro. Per il gioco. Ci posizioniamo in salotto e guardiamo le partite senza tumulto cardiaco, senza eccitazione emotiva, senza azzeramento della salivazione causa gol sbagliato da Immobile, senza coprire d’insulti l’arbitro venduto e corrotto schiavo della Cia o del Kgb. Neutrali per forza e per disperazione, avremo finalmente l’occasione di tifare in modo pacato. Chi offre lo show più divertente? L’Argentina di Leo Messi? Il Brasile di Neymar? La Germania di Ozil? O addirittura l’Egitto del faraone Salah?

E noi, ecco la lezione, scegliamo liberamente, in nome di una sana consapevolezza. Già si mormora di orfani del tricolore da sventolare pronti ad inneggiare all’Islanda. L’Islanda, dico: l’isoletta dei ghiacci al mondiale ci va e noi, beh, lasciamo stare. Oppure, sarebbe il caso di buttarla non in politica, bensì in filosofia dei massimi sistemi. Davvero era così giusto riscoprire il patriottismo giusto ogni quattro anni, in occasione delle partite degli Azzurri? Non potremmo recuperare l’orgoglio di essere italiani per ragioni distinte e distanti, un filo più nobili? Forse che in passato i mondiali, vinti o perduti, hanno cambiato il nostro modo di essere?

Lo so, lo so. Questo rischia di essere la favola della volpe e dell’uva. Ma c’era qualcosa di esagerato, nella narrazione che attribuiva alle notti magiche (sempre inseguendo un gol, si capisce) un miglioramento delle relazioni sociali, un riavvicinamento all’interno delle famiglie, un superamento di rancori e dissidi perché Buffon ha parato un rigore. Onestamente, erano frottole ciclopiche. Farne a meno, toh, potrebbe essere un bagno di realismo. A patto di tornarci, ai mondiali, nel lontanissimo 2022…

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Helga Lovekaty e Bruna Marquezine