di Angelo Costa STRADELLA (Pavia) Prima della doppia sfida in montagna che sigillerà la corsa, il Giro si gode la giornata di festa di Alberto Bettiol, che regala al nostro ciclismo il quinto successo in questa edizione e a se stesso una vittoria inseguita e meritata da un bel po’. Non una tappa qualsiasi e non solo perché la più lunga del programma di quest’anno: in queste terre viveva Mauro Battaglini, agente suo e di molti ciclisti di grido. ‘Per me un secondo padre’, confessa il toscano in lacrime dopo averlo onorato nel modo desiderato a quasi nove mesi dalla scomparsa. E’...

di Angelo Costa

STRADELLA (Pavia)

Prima della doppia sfida in montagna che sigillerà la corsa, il Giro si gode la giornata di festa di Alberto Bettiol, che regala al nostro ciclismo il quinto successo in questa edizione e a se stesso una vittoria inseguita e meritata da un bel po’. Non una tappa qualsiasi e non solo perché la più lunga del programma di quest’anno: in queste terre viveva Mauro Battaglini, agente suo e di molti ciclisti di grido. ‘Per me un secondo padre’, confessa il toscano in lacrime dopo averlo onorato nel modo desiderato a quasi nove mesi dalla scomparsa.

E’ finalmente il giorno di Bettiol, 27 anni, toscano di Castelfiorentino e di fede juventina, che si impone con un finale imperioso come due anni fa al Fiandre, la classica che per lui si è rivelata delizia e anche un po’ croce. Riemerso da un periodo difficile anche a livello esistenziale, si è rimesso alla caccia di sé stesso, ritrovando in questo la sensazione di esser di nuovo uno che va forte. L’ha data anche al suo capitano Carthy, che per ripagarlo dei sacrifici sulla rampa di Sega di Ala, ieri mattina gli ha detto ‘vai e divertiti’: e lui l’ha preso in parola.

‘Volevo questa vittoria, mi restavano poche chance: ho dimostrato che quando servono le gambe e non la fortuna, qualcosa da dire ce l’ho’, racconta Bettiol in chiusura di una tappa in cui si è messo al lavoro presto, lanciandosi in pianura con altri ventidue attaccanti di buon livello, seminati un po’ alla volta nel finale, su e giù per le splendide colline dell’Oltrepo. Per completare l’opera ci mette i quindici chilometri conclusivi, dove riprende e salta Cavagna in salita, poi piomba verso il traguardo da solo, ripensando a questi due anni, all’amico che non c’è più, a come sarà il suo ciclismo di qui in poi.

Mentre Bettiol se la gusta tutta, il Gotha del Giro se la prende comoda, sfiorando la mezz’ora di ritardo: è il modo per ricaricare le pile in vista dell’ultima sfida in quota. Primo atto oggi, senza più il Mottarone per rispetto della recente tragedia, ma con la scalata finale fino a Alpe di Mera, dieci chilometri cattivi, anche se non cattivissimi come Sega di Ala. Scontato il tema, con Simon Yates chiamato a riprovarci, con Caruso in agguato e con Bernal che potrebbe anche limitarsi alla difesa della sua maglia rosa, in vista del tappone di domani, anche se queste sono salite che il colombiano conosce meglio perché da queste parti c’è cresciuto.

Alla battaglia conclusiva il Giro si presenta dopo aver perso altri pezzi di pregio: dei caduti nella tappa di due giorni fa in Trentino, vanno a casa Evenepoel e Ciccone, quest’ultimo dopo essersi presentato febbricitante alla partenza. Va avanti invece Nibali, non meno ammaccato di loro e non solo per le botte prese in queste tre settimane: ‘Ho fatto più radiografie che fotografie, ma a Milano ci arrivo’, ripete il siculo, dimostrando che per essere campioni non basta avere una bacheca piena di trofei, ma anche saper affrontare la sconfitta con dignità.