di Angelo Costa Giro da urlo. Prima di tirare meritatamente il fiato nel giorno di riposo, fanno tutti a gara per regalare divertimento ed emozioni. Uno è Peter Sagan, che disegna una tappa bellissima con la squadra e poi la chiude alla sua maniera, con uno sprint da fuoriclasse. Gli altri sono i ben noti duellanti per la rosa, Bernal ed Evenepoel, che stavolta se le suonano su un traguardo ad abbuoni: se ogni occasione è buona per darsele e dar spettacolo, che il Giro ce li conservi. Ai due convalescenti che quotidianamente infiammano la corsa si deve l’ennesima puntata di una sfida su tutti i fronti,...

di Angelo Costa

Giro da urlo. Prima di tirare meritatamente il fiato nel giorno di riposo, fanno tutti a gara per regalare divertimento ed emozioni. Uno è Peter Sagan, che disegna una tappa bellissima con la squadra e poi la chiude alla sua maniera, con uno sprint da fuoriclasse. Gli altri sono i ben noti duellanti per la rosa, Bernal ed Evenepoel, che stavolta se le suonano su un traguardo ad abbuoni: se ogni occasione è buona per darsele e dar spettacolo, che il Giro ce li conservi.

Ai due convalescenti che quotidianamente infiammano la corsa si deve l’ennesima puntata di una sfida su tutti i fronti, salita, sterrato o pianura che sia. Bernal e Evenepoel si ripresentano sugli schermi a 18 chilometri dall’arrivo, località Campello sul Clitunno: lì uno sprint volante distribuisce qualche spicciolo (tre, due e un secondo) ai primi che transitano. Se lo giocano loro, l’ex re del Tour vestito di rosa con i compagni, il bimbo prodigio bastando a se stesso. A imporsi è un fedelissimo di Bernal, l’ecuadoriano Narvaez, che nega così al belga il massimo del premio, Evenepoel precede il colombiano limandogli un secondo in classifica e subito gli tende sportivamente la mano. Gesto inusuale, come non è usuale vedere i due che si giocano il Giro accapigliarsi per un misero secondo. Scuote la testa Nibali, che ne ha vissute tante ma questa gli mancava: "Oggi abbiamo visto cose particolari: con tutti i tapponi di montagna che ci aspettano ci si batte per gli abbuoni…". Vero, ma questo ha l’aria di essere un Giro diverso, fuori dagli schemi abituali, dove non si aspetta e si prende tutto e subito. Magari c’è del calcolo anche in questo, o forse è soltanto la voglia di giocarsela su un altro piano, dicendo all’avversario "io i miei guai fisici li ho risolti, e tu?".

A Sagan si deve invece la storia della tappa. Dopo cento chilometri vivacizzati da una fuga, tra l’altro interrotta da un passaggio a livello chiuso, il Peter Pan slovacco prende in mano le redini della corsa: con la sua squadra trasforma il Valico della Somma in una sottrazione, perché a quel ritmo restano indietro molti velocisti, Groenewegen, Merlier e Nizzolo, in rigoroso ordine di sparizione. A far da locomotiva al tre volte iridato è un bimbo di talento, Giovanni Aleotti, modenese di Finale Emilia, uno che sa bene cosa significhi il terremoto di cui c’è ancora traccia sulle strade della tappa: di vivere da sfollato a lui è capitato nove anni fa. E’ lui a spolmonarsi per portare Sagan a uno sprint che è come un rigore a porta vuota: lo slovacco lo calcia con 300 metri autoritari, saltando Molano che voleva tirare la volata a Gaviria e invece finisce per agevolare il vincitore, al secondo centro sulle strade rosa, il diciottesimo in un grande giro, festeggiato con un bacio al cielo e la maglia ciclamino.

"Finalmente. Ringrazio i miei compagni, danno tutto per me. Quando si va forte tutto il giorno posso ancora dire la mia", la gioia dello slovacco, che anche lo scorso anno si era imposto il decimo giorno. "Mi piace correre in Italia", aggiunge Sagan: specialmente in un Giro bello così.