6 mag 2022

Il Giro d’Italia c’è, ma mancano gli italiani

Tre quarti degli iscritti alla corsa rosa che inizia oggi da Budapest sono stranieri, e i nostri 45 non si candidano a essere protagonisti

angelo costa
Sport

di Angelo Costa

Dicono che il Giro d’Italia in partenza oggi da Budapest non abbia un favorito vero. Eppure c’è ed è riconoscibilissimo: si chiama Richard Carapaz, viene dall’Ecuador e l’ultima volta che si è presentato ha salutato tutti dall’alto del podio. Campione olimpico, corre con una bici dorata per ricordare l’impresa solitaria a Tokyo e non fa mistero di voler arrivare in rosa a Verona, dove già ha fatto festa tre anni fa, dopo esser finito quarto l’anno prima. Alle motivazioni personali abbina la scorta della squadra più forte, che per aiutare lui ha lasciato a casa un altro olimpionico, il nostro Viviani: tanto per capire le intenzioni del sudamericano.

Unico a tornare sul luogo del successo degli ultimi quattro vincitori, Carapaz ha parecchi guastafeste intorno: su tutti il portoghese Almeida e il gemello britannico Simon Yates, che di maglia rosa se ne intendono, a seguire il francese Bardet e la coppia spagnola Landa-Bilbao. Da scoprire il ritrovato Dumoulin, riemerso da una crisi esistenziale che l’aveva spinto a fermarsi, lo strano tandem Kelderman-Hindley, che nell’ottobre di due anni fa ha buttato via il Giro posticipato per covid, e il sempre enigmatico Miguel Angel Lopez, che sulle strade rosa conta un podio, una scazzottata con un tifoso e il ritiro per colpa di una buca in una crono d’apertura.

Bello o no che possa diventare, ha tutta l’aria di essere un Giro straniero. All’Italia, infatti, fanno difetto anche le speranze, che come noto non costano nulla: dopo una primavera in cui il nostro ciclismo non si è mai piazzato nei primi dieci di una classica, non sorprende. Né sorprende questo sprofondo nazionale, al quale sarà il caso di metter mano in fretta con un progetto vero: talenti come Ganna ed exploit come la Roubaix di Corbelli sono fortunati episodi in uno sport che come altri non investe sulla base, non aiuta le società giovanili, si confronta poco a livello internazionale e non crea modelli per sviluppare le forze migliori.

Ne abbiamo pochi e nessuno protagonista: l’augurio è che la tendenza si inverta sulle strade rosa, dove oggi al via si presentano 45 italiani, un quarto della compagnia. Chi per chiudere in bellezza, come il glorioso Nibali (anni 37, ‘correrò a fari spenti, da battitore libero’) e l’eterno Pozzovivo (anni 39, ‘ho scommesso con me stesso che nei dieci ci arrivo’), chi per fare il salto di qualità, come Ciccone, già maglia gialla in Francia, e Fortunato, re dello Zoncolan lo scorso anno. Se poi i vari Aleotti e Zana, entrambi ragazzi del ’99 ed entrambi già sul podio del Tour baby, insieme al collaudato Covi daranno un segnale, tanto meglio.

E’ la forza del Giro: affascinante di suo, diventerebbe trionfale se oltre a fare l’Italia, nel senso di percorrerla, riuscisse anche a fare gli italiani.

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