Rigopiano, i familiari in aula
Rigopiano, i familiari in aula


Pescara, 18 settembre 2020 - Sono tornati in aula, dopo un anno di rinvii. Udienza preliminare del maxi-processo Rigopiano, oggi in tribunale a Pescara. Duecentocinquanta persone che - per mantenere le distanze di sicurezza in regime Covid - sono state divise in cinque aule, collegate con sistemi audio e video.  Però: i familiari erano separati dagli  avvocati, che erano divisi a loro volta. "Così il diritto di difesa non è garantito", ha protestato Romolo Reboa, il legale che rappresenta le famiglie di 4 delle 29 vittime. Voleva  fossero annullati gli atti: la richiesta è stata respinta. Il giudice ha invece  riunito i due procedimenti, il filone principale sul disastro del 18 gennaio 2017  - che vede 24 indagati e una società - con quello secondario, sul depistaggio. Ma ha spiazzato e amareggiato le famiglie la decisione di escludere dal procedimento penale i responsabili civili (Presidenza del Consiglio, Ministero dell'Interno, Regione Abruzzo, Provincia di Pescara e Comune di Farindola). "Il processo di Rigopiano oggi è finito", è stato il commento secco di Reboa. Mentre il collega Alessandro Casoni che assiste la famiglia di Emanuele Bonifazi, il receptionist marchigiano, alla costituzione di parte civile della Provincia ha concluso: "Siamo al tutti contro tutti".

Per i figli, le mamme e i papà è stata un'altra giornata lunga.  Arrivava dopo un anno di attesa e altri lutti. "Mio padre è morto di crepacuore", aveva raccontato in lacrime quache giorno fa  Alessandro di Michelangelo nel piangere il padre Franco. Non si era mai ripreso dalla morte del figlio Dino, il poliziotto buono che era andato a Rigopiano in vacanza con la moglie Marina Serraiocco e il figlio Samuel, l'unico scampato. Prima di lui, se n'era andata Luciana, la mamma di Marco Vagnarelli.

E'  stata un'altra giornata di attesa, di parole ascoltate sui monitor,  di un appello infinito, perché qualcuno alzava la mano ma non lo vedevano, e così bisognava ripetere tutto. E' stata la giornata delle frasi esasperate. "Questo processo psicologicamente l'Abruzzo non lo vuole perché lo considera un'accusa  al territorio",  ha sempre detto e l'ha  ripetuto anche ieri l'avvocato Reboa. Ma poi con il passare delle ore i familiari delle vittime si sono ricompattati. E in serata  il presidente del comitato Gianluca Tanda, Marcello Martella e tutti gli alttri hanno promesso dal loro account Facebook: "Ci sentiamo di urlare a gran voce ed uniti che il processo non è finito, che noi continueremo a lottare per sapere chi sono i responsabili della tragedia che ha distrutto la vita di 29 famiglie. L’esclusione dei responsabili civili non impedirà di accertare la verità dei fatti, dunque non ci impedirà di continuare a combattere. Oggi semmai, inizia una nuova fase che affronteremo con ancora maggior vigore, unità e caparbietà; lo dobbiamo ai nostri cari che non ci sono più e lo dobbiamo a tutte noi 'vittime viventi' della strage". Instancabili, fino alla giustizia.