Ponte Morandi, il matrimonio di Eugeniu e Natalya
Ponte Morandi, il matrimonio di Eugeniu e Natalya

Napoli, 17 ottobre 2019 - “Ci chiedono tutti di questa bella storia, ma per ora ci sono tanto dolore e sofferenza. Vero: abbiamo fatto una promessa davanti a Dio, quando ci siamo salvati da quell’inferno. Ci siamo sposati in chiesa, ma stavamo insieme da quindici anni”. Sono passati sei giorni dalle nozze, celebrate in chiesa a Napoli, con rito ortodosso. Natalya Yelina ‘Natasha’, 45 anni, ucraina, ha detto sì a Eugeniu Babin, 37, moldovo. Lui parrucchiere, lei estetista. Si sono conosciuti a Santa Maria Capua a Vetere, dove hanno aperto un salone di bellezza. Nelle foto del matrimonio appaiono raggianti. Ma bisogna conoscere la storia che c’è prima di quei sorrisi. Bisogna tornare a Genova, alle 11.36 del 14 agosto 2018. Il ponte Morandi che viene giù, la Ford Focus che s’impenna poi sprofonda, loro vivi ma seppelliti dalle macerie, al buio. Dolore e paura. Quattro ore così.
“Non è che abbiamo capito di volerci sposare dopo il disastro, come tutti scrivono. Stavamo insieme da tanti anni. Mi dà un po’ fastidio leggere che siamo stati uniti dal ponte Morandi. Poi è vero, abbiamo fatto tanti sacrifici, non ci arrivavamo mai a questo matrimonio. Alla fine ce l’abbiamo fatta”.
Natalya, vi siete sposati in chiesa.
“Sì, perché abbiamo avuto un miracolo. Siamo sempre stati credenti, ma quel che è successo ci ha avvicinato ancora di più a Dio. Poi abbiamo fatto la festa per i nostri cari. Per mia mamma, che ha pianto tutto l’anno”.
Vivi, dopo un volo di decine di metri.
“Incredibile anche per i medici”.
Fisicamente come state?
“Il 27 torneremo a Genova per altri controlli. Non so cosa diranno i dottori. Non speravano nemmeno che riuscissi a camminare. Anche questo è un miracolo”.
La gamba destra rotta.
“Ma soprattutto è stato lesionato il midollo, mi è scoppiata una vertebra. Oggi non ho stabilità. Una volta sono caduta, non riesco a camminare veloce. Ho paura di essere investita, non vado mai da sola per strada”.
Suo marito si è rotto il collo.
“Per un miracolo davvero anche lui è rimasto vivo. E' stata una benedizione di Dio”.
Prova rabbia?
“Sì, perché noi eravamo nel pieno della vita, della nostra attività, avevamo comprato anche casa. Volavamo. Ci hanno spezzato le gambe. Adesso non posso fare niente. Ero un’estetista stimata, amavo moltissimo il mio lavoro. Oggi sono un’invalida. Sto facendo riabilitazione. Siamo stati al mare, non posso tuffarmi. Poi pensi alle 43 vittime e vai avanti”.
Una strage anche di ragazzi e bambini.
“Sono morti i più piccoli, noi ci siamo salvati e loro no. Non abbiamo le risposte per questo. Spero che Dio un giorno ci faccia capire perché ci ha fatto rimanere vivi”.
Avete più sentito i vostri soccorritori?
“Tante volte. Stefano, Marco, Vincenzo... Sono i vigili del fuoco che ci hanno tirato fuori da là sotto. Siamo in ottimi rapporti con loro, ci scambiamo gli auguri”.
Cosa ricorda delle quattro ore sotto le macerie?
“Tutto, davvero tutto. Una sofferenza e una grande paura di morire. Pensavo, mio figlio rimarrà orfano, avevo in mente i miei genitori. Con Eugeniu cercavamo di farci coraggio. Non sapevamo se saremmo rimasti vivi”.
Oggi cosa la rende felice?
“Felice? E' una parola troppo importante. Ancora stiamo prendendo psicofarmaci. Preferisco dire che mi sento tranquilla quando sono in famiglia”.