di Lisa Ciardi

"L’industria legata alla salute deve essere inquadrata come industria di difesa ed è anche da qui che può ripartire l’economia del nostro Paese". Fabrizio Landi è il presidente della Fondazione Tls (Toscana Life Sciences) con sede a Siena, realtà all’avanguardia nella ricerca scientifica e, in particolare, nello studio di un farmaco con anticorpi monoclonali per la lotta al Covid-19, le cui prime dosi potrebbero arrivare a marzo 2021. Esperto d’innovazione e sviluppo di nuove aziende ha una visione privilegiata sulle dinamiche dei mercati e degli equilibri mondiali".

Occorre quindi tornare a un’industria nazionale in ambito sanitario?

"Il settore della salute non è paragonabile ad altri. Tocca l’aspetto più importante della vita dei cittadini, per questo parlo di ‘industria di difesa’. Sono stato in Leonardo Finmeccanica e so bene che, quando viene costruito un aereo, neppure uno spillo arriva da fuori Italia o da Paesi extra Nato. I motivi sono due: il primo e più evidente è relativo alla sicurezza nazionale; il secondo è che così il Paese si garantisce un’industria importante. In Italia, in ambito sanitario, abbiamo invece agito in direzione contraria".

Ci spieghi meglio…

"Fino al 2015 l’Italia era il secondo produttore europeo di vaccini anti-influenzali. Siena, in particolare, vantava livelli di assoluta eccellenza e spesso era avanti al resto del mondo, come accadde per le ricerche sull’influenza suina. Ma quando, nel 2015, la GSK rilevò la parte di Novartis relativa ai vaccini, l’Antitrust bloccò la produzione di quelli antinfluenzali perché la quota europea avrebbe superato i limiti massimi ammessi. Si cercarono acquirenti e alla fine il ramo dei vaccini anti-influenzali venne comprato dalla società farmaceutica australiana CSL. Questa, una volta acquisito il know how, ha portato tutto in Australia, facendo perdere a Siena e all’Italia il proprio primato. Aver applicato in sanità una logica puramente economicistica ci ha portato alla situazione attuale: in Italia oggi manca il 20-30% dei vaccini anti-influenzali".

Lei parla della sanità come di un terreno di confronto e scontro fra paesi: è così?

"Oggi la difesa si fa su tre fronti: militare, della salute e del dissesto ambientale. Dei tre, il meno pericoloso e meno imminente è proprio quello militare. La pandemia lo ha dimostrato. Non a caso se Donald Trump ha perso le elezioni è anche perché non è riuscito a convincere gli americani di essere in grado di gestire al meglio questa ‘guerra’. Non faccio politica, ma il fatto che il Covid-19 abbia inciso sul futuro dell’uomo più potente del pianeta la dice lunga sul peso della sanità sugli equilibri mondiali".

Quindi quella del coronavirus è anche una battaglia?

"È una guerra. Sia chiaro, sicuramente il Covid-19 non è un prodotto della tecnologia umana e ritengo anche molto improbabile, benché non impossibile, che sia sfuggito accidentalmente da un laboratorio. Ma sulla gestione della pandemia si stanno giocando i grandi equilibri mondiali. Ci sono evidenze che la Cina abbia già iniziato a distribuire almeno 180mila dosi di vaccino a funzionari di governo e dipendenti delle grandi aziende strategiche, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni. Sicuramente ufficializzeranno la scoperta del vaccino solo quando avranno la capacità di esportarlo, dopo essersi assicurati la copertura interna. Anche questa è strategia di difesa".

Usciamo dal tema Covid: sul fronte dell’economia intesa a 360 gradi quali scenari si aprono?

"Credo che la vecchia idea di custodire ‘a casa’ il know how per poi produrre fuori, in Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, abbia esaurito il suo corso. È una prospettiva che nega un’evidenza, ovvero che guardando s’impara. Gli Stati Uniti si stanno già muovendo per riportare a casa le produzioni strategiche. È un tema sul quale tutti i Paesi dovranno riflettere nel progettare la ripartenza".