Crescono gli smart worker in Italia e nel giro di qualche anno toccheranno quota un milione. I lavoratori dipendenti – che, secondo la definizione più semplice, godono di flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro, disponendo di strumenti digitali per lavorare in mobilità – hanno raggiunto il traguardo di 570mila nel 2019, con un balzo in avanti del 20% rispetto al 2018.

Non si tratta solo di un incremento quantitativo: in media, questi lavoratori 4.0 manifestano un grado di soddisfazione e coinvolgimento nel proprio lavoro molto più elevato di coloro che operano in modalità tradizionale: il 76% si dice soddisfatto della sua professione, contro il 55% degli altri dipendenti; uno su tre si sente pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e ne condivide valori, obiettivi e priorità, contro il 21% dei colleghi.

Sono alcuni dei risultati della più recente mappa del fenomeno nel nostro Paese a meno di tre anni dalla legge di riferimento: a offrirla è la ricerca annuale dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano (www.osservatori.net). «Lo smart working – spiega Mariano Corso (nella foto in alto), Responsabile scientifico dell’Osservatorio – non è solo una moda, è un cambiamento che risponde alle esigenze delle persone, delle organizzazioni e della società nel suo complesso, e come tale è un fenomeno inarrestabile». Inarrestabile, ma che potrebbe crescere di più di quanto accade. «La dinamica con cui sta crescendo nel nostro Paese – puntualizza – non è, però, abbastanza veloce. In realtà importanti per l’economia del nostro sistema Paese come Pmi e Pubblica amministrazione la diffusione non è ancora sufficiente. Questo limita la portata del contributo che lo smart working può dare per rendere più moderno il mercato del lavoro, le imprese e le Pa più competitive ed attrattive e le nostre città più inclusive e sostenibili. Anzi, per le Pa in particolare è necessario un rapido cambio di passo soprattutto per non perdere l’opportunità di migliorare la motivazione delle proprie persone e per attrarre nuovi talenti, soprattutto in relazione alla necessità di sostituire circa il 15% del personale nei prossimi 3-4 anni».

Nella fase attuale, dunque, sono principalmente le grandi imprese il regno della nuova modalità lavorativa. Nel 2019 – si legge nel Rapporto del Politecnico – la percentuale di grandi imprese che ha avviato al suo interno progetti di smart working è del 58%, in lieve crescita rispetto al 56% del 2018. A queste percentuali vanno aggiunte un 7% di imprese che ha già attivato iniziative informali e un 5% che prevede di farlo nei prossimi dodici mesi. Del restante 30%, il 22% dichiara probabile l’introduzione futura e soltanto l’8% non sa se lo introdurrà o non manifesta alcun interesse. A fronte di questa crescita modesta, c’è da registrare un aumento di maturità delle iniziative, che abbandonano lo stato di sperimentazione e vengono estese a un maggior numero di lavoratori: circa metà dei progetti analizzati è già a regime e la popolazione aziendale media coinvolta passa dal 32% al 48%.

Completamente differente lo stato dell’arte nelle piccole e medie imprese. C’è un aumento della diffusione dello smart working: i progetti strutturati passano dall’8% dello scorso anno al 12% attuale, quelli informali dal 16% al 18%, ma aumenta in modo preoccupante anche la percentuale di imprese disinteressate al tema (dal 38% al 51%). Al palo, ma con ritmi di crescita notevoli, le amministrazioni pubbliche: in un anno nel settore pubblico raddoppiano i progetti strutturati di smart working (passando dall’8% al 16%); il 7% delle Pa ha attivato iniziative informali (l’1% del 2018), il 6% le avvierà nei prossimi dodici mesi. Ma, nonostante questi dati incoraggianti, il ritardo resta evidente, con quasi 4 Pa su 10 che non hanno progetti di smart working e sono incerte (31%) o addirittura disinteressate (7%) rispetto alla sua introduzione.