Il documento con la firma di Leonardo da Vinci
Il documento con la firma di Leonardo da Vinci
Ormai, nell’infernale era social, è il destino di ogni star: essere vittime, spesso felici, quando però non protagonisti, spesso ancora più felici, di un bombardamento quotidiano di notizie, vere, false, che importa. E importa persino poco se la star di turno sia un’attricetta fuori dei giri e fuori di testa o un filosofo da sempre in odor di nazismo. Se poi la star è un genio universale come Leonardo da Vinci… Un paradiso per mitomani e aspiranti “celebrità”. L’ultima raffica di scoop sul maestro, tutti datati 2019: “Scoperta ciocca di capelli di Leonardo” (provenienza: Stati Uniti), “Scoperta la Gioconda Nuda” (Francia), “Scoperta l’impronta di Leonardo” (Gran Bretagna). “Ritrovamenti” senza sosta. Ma anche qualche sparizione: “Disperso il Salvator Mundi” (Abu Dhabi). Per fortuna, fra tante, troppe invenzioni, ogni tanto emerge una clamorosa verità. Proprio da Milano. Dal serissimo Archivio di Stato. Quel palazzo dall’aspetto così austero custodisce in un cassetto anonimo nella sfilata di quarantacinque chilometri il foglio, malconcio, “bruttarello” nel gergo degli archivisti, ma preziosissimo, che, in una delle ultime righe, sfoggia umilmente l’unica firma conosciuta di Leonardo. Emozionante, quasi inutile sottolinearlo, contemplare quel brandello di carta di stracci di lino, giunto a noi da più di cinque secoli fa, sopravvissuto persino a un’infiltrazione acquosa che l’ha danneggiato nella parte superiore destra, ma le tecnologie contemporanee permettono di leggere le parole invisibili a occhio nudo.
FORTUITA, e fortunata, la scoperta della firma leonardesca. Il magico foglio era noto, persino pubblicato, da lungo tempo, da oltre un secolo, dal 1910, per opera di Gerolamo Biscaro. Ma, come spesso accade quando non si osserva attentamente ciò che si ha abitualmente sotto gli occhi, quelle poche parole erano sempre sfuggite. Finché Luciano Sassi, esperto in tecniche di conservazione, nelle sue mani i Cimeli, il “sancta sanctorum” dell’Archivio, non si sofferma a leggere, per la prima volta, “io – o forse ego… - Lionardo da Vinci in testimonio ut supra scripsi”. Già, perché quella “carta” è insieme artistica e legale. È parte integrante di un contratto rogato a Milano dal notaio Antonio de Capitani, in data 25 aprile 1483. Oggetto: la realizzazione di una grande tavola d’altare raffigurante la Madonna. Compenso di ottocento lire promesse dal priore della Cappella della Concezione dei frati minori ai fratelli Evangelista e Giovanni Antonio de Predis e soprattutto a Leonardo. Dettagliato il contratto: le pose della Vergine e di Dio Padre, imposte dai dettami teologici, i materiali da impiegare, i costosi “oro fino” e “azurlo tramarino”. La firma di Leonardo sarà la protagonista di una mostra eccezionale già programmata, per le cure fra gli altri di Mario Signori, per ottobre-novembre all’Archivio di Stato, in via Senato 10. Gigantesco scrigno di tesori, l’Archivio, oggi diretto da Benedetto Luigi Compagnoni, conserva nei suoi scaffali la “Cartola de accepto mundio”, la più antica pergamena italiana, risalente al 721, patrimonio di un Archivio di Stato, il “Codicetto di Lodi”, lettere autografe di Carlo V, Ludovico il Moro, Alessandro Volta, un esemplare del “Codice Napoleonico” autografato dallo stesso imperatore, anche il verbale del processo contro l’anarchico Gaetano Bresci.