Vittorio Sgarbi
Vittorio Sgarbi
Raccontare Leonardo vuol dire parlare di molti uomini, e della loro ansia di scoprire il mistero del mondo. “Curioso di aritmetica e scienza”, fin dai banchi di scuola, dove muoveva “di continuo dubbi e difficoltà al maestro e bene e spesso lo confondeva”, ce lo dice Vasari. Aggiungendo definizioni importanti, dell’indole, del carattere, della singolarità di Leonardo, che hanno molte buone ragioni per essere ritenute credibili: “Egli amava la musica, suonava la lira, e cantava divinamente allo improvviso”, insomma un cantante popolare, un poeta all’impronta. Il quale operò non solo nella scultura e architettura, ma “la professione sua volse che fosse la pittura”. Con un limite, il dubbio metodico, il disinteresse per la perfezione, che è la sua migliore virtù: “Vedesi bene che Lionardo per l’intelligenza dell’arte cominciò molte cose e nessuna mai ne finì”. Così grande, fin da giovanetto, lavorando a un angelo tanto mirabile da mortificare l’esperto Verrocchio, fu il genio dell’imperfezione. E tanti furono i suoi capricci. Intendere le proprietà delle erbe. Osservare il moto del cielo, il corso della Luna e gli andamenti del Sole. Un pensatore che osserva la natura e come un fenomeno naturale interpreta anche Dio: per credere, gli basta vedere il mondo. La curiosità, il suo metodo. Un curioso insoddisfatto. Ed è un mago, o comunque un uomo straordinario cui accadono cose sorprendenti: “In una sua stanza, dove entrava da solo, portò lucertole, ramarri, grilli, serpi, farfalle, locuste, nottole ed altre strane specie di simili animali: dalla moltitudine dei quali cavò un animalaccio molto orribile e spaventoso, il quale avvelenava con l’alito e faceva l’aria di fuoco”. Finito il primo, fertile e meraviglioso periodo fiorentino, le imprese del lungo periodo a Milano rappresentano come una seconda vita. Lì, il concepimento di un monumento equestre, non realizzato. E il suo capolavoro. L’Ultima Cena per il refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie sarà soprattutto un’idea. Una grande straordinaria idea. Un’invenzione assoluta che, per la prima volta, in un’articolazione dello spazio prospettico, rappresenta stati e moti d’animo. E tutto questo si avverte, pur nelle lamentevoli condizioni dell’opera, capricciosamente dipinta non a fresco, ma a secco. Riducendosi a una larva, a un fantasma, non meno del 30% di quello che fu. Il tempo della maturità sembra destinato a una sola ambizione. Non dipingere un ritratto, con la solita malinconia, ma creare una persona: la Gioconda. Incarnazione di un viso che non colori ma carne pare veramente: “Nella qual testa chi voleva vedere quanto l’arte potesse imitare la natura, agevolmente si poteva comprendere”. La bellissima con un’espressione di beatitudine e gioia interiore senza precedenti. Ottenuta facendola posare circondata di musici e buffoni. Per ognuno di noi ha uno sguardo, una benevola attenzione, come un’immagine sacra, una Madonna pellegrina. Di tutti e di nessuno, e certo non di uno, una donna per tutti.