chiara gamberale
chiara gamberale

“Ero una piccola innamorata dei libri e ho ostinatamente scelto questa strada. Quando ero incinta mi sono voluta bene come non mai”

NATA IL 27 aprile 1977 a Roma
LAUREA: lettere moderne a Bologna con 110 e lode
LAVORO: Scrittrice e conduttrice
HOBBY: viaggi, lettura, nuoto

Chiara Gamberale sprizza verità e autenticità da ogni parola che pronuncia sempre con quel pizzico d’affanno di chi, anche per un’intervista, non smette di scavare dentro le sue pieghe più profonde. Un esercizio che fin da bambina l’ha portata a misurarsi con la narrazione di sé, sia pure attraverso personaggi altri come i ragazzini Clara e Riky, protagonisti del suo primo romanzo («Un quadernone intero», sottolinea), scritto quando aveva sette anni. «Sono stata una piccola innamorata dei libri e ho ostinatamente scelto questa strada, convinta, come mi ha insegnato mio padre, che, volendo, i destini si possano veramente cambiare».

Nascere in una famiglia privilegiata ha reso più facile intraprendere la strada della scrittura?

«In realtà mio padre viene dalla miseria più nera e io sono figlia di un matrimonio d’amore tra due persone che si sono conosciute quando entrambe lavoravano in banca. La folgorante carriera di papà (l’ingegner Vito, manager di lungo e prestigioso corso tra telefonini, autostrade, reti e ora energie rinnovabili, ndr) è iniziata quando io avevo già 15 anni e me ne sono accorta a 18 per l’invidia che suscitavo nella gente. Ma lui e mamma non hanno mai cambiato le loro abitudini come trascorrere le estati ad Agnone, il comune molisano dov’è nato».

È stata anche una figlia molto battagliera nel difendere la sua onorabilità...

«Anche prima che venisse scagionato dalle accuse per cui è stato messo in prigione. La sua è stata una personalità ingombrante nel mio percorso di crescita ma si è fatto da solo e io sono sempre stata pazza d’amore per lui».

Che bambina è stata?

«Molto sensibile: se piangevo mi veniva l’asma, uguale se ridevo troppo. Passavo i pomeriggi nella guardiola del custode a fare i compiti e mettevo grande ed esagerata passione in tutto ciò che facevo. Spero che mia figlia Vita non mi assomigli e venga su più semplice e serena. Cosa che io non sono mai stata. Da adolescente, poi, un disastro. Nel primo romanzo, uscito nel ’98, Una vita sottile, ho descritto i problemi di anoressia di cui ho sofferto».

Quando ha capito che la letteratura sarebbe stata la sua professione?

«Dal quarto romanzo, La zona cieca, del 2008. Mi sono laureata presto, a Bologna, e subito mi prese Minoli per la riedizione di Parola mia su Rai Tre, poi ho fatto radio con Santalmassi. Nel 2014 Per dieci minuti, mi ha dato la definitiva conferma che potevo scrivere e basta. Cosa che per me è un lavoro, con la fortuna di aver potuto trasformare una viscerale passione per i libri e per le persone nel mestiere che mi consente di campare».

Come si mantiene vivo l’entusiasmo entro la routine del lavoro?

«Io non sto mai bene nelle soddisfazioni per cui il rischio di perdere la passione era concreto. Però non ho consentito alla popolarità di intaccare il divertimento e il fatto di passare da una favola al romanzo corale a uno più introspettivo, è stato un buon antidoto all’assuefazione».

E in famiglia come hanno accolto la sua carriera?

«Se ne discute pochissimo, sono contenti e basta. Non si è mai parlato troppo in casa nemmeno del lavoro del babbo».

Come sceglie gli argomenti da trattare nei romanzi?

«Ogni scritto nasce da una grande urgenza di raccontare e capire meglio qualcosa attraverso la narrazione, poi subentra la sfida stilistica. Nell’Isola dell’abbandono che è uscito il 20 febbraio volevo capire cosa succede quando la vita irrompe senza preavviso e preparazione come nel caso di una nascita o di una morte. Ho visualizzato quest’isola, Naxos, e mi ci sono rifugiata a scrivere. Pasolini diceva che se qualcosa è stato necessario a chi lo scrive, lo sarà anche a chi lo legge. Io, scrivendo, mi salvo la vita».

C’è qualcosa di Chiara che nessun suo lettore può immaginare?

«Che sono maestra di sci, un brevetto preso da ragazzina».

Nel privato che persona è?

«Simile a quella che appaio nei romanzi. Tutta la mia vita è un tentativo di sopire i tormenti. Però mi riconosco un certo valore come amica, come dimostra la mia Arca senza Noè, ovvero la mia famiglia di amici».

E il suo compagno Gianluca dove lo collochiamo?

«Vive a Milano e io a Roma con nostra figlia Vita. Per il momento abbiamo deciso così».

Come affronta da persona pubblica la piaga degli haters?

«Ho un cellulare Nokia vecchissimo e mi collego a Facebook solo dal computer e per intrattenere rapporti affettuosi e gentili nella consapevolezza che le offese siano più nocive per chi le scrive che per chi le riceve».

Che cosa la fa soffrire di più?

«L’abbandono, i distacchi, anche quelli dai fidanzati. Fatico a girare pagina e non a caso nell’ultimo romanzo la parola abbandono l’ho messa già nel titolo».

Il rapporto col corpo com’è cambiato con la maternità?

«Non mi sono mai voluta tanto bene come quando ero in attesa, non fumavo, mi viziavo. In generale però, tendo di più a occuparmi degli altri. La dedizione incondizionata verso mia figlia mi viene naturale, e ho sempre mammizzato anche i rapporti sentimentali. Poi ogni sabato con l’associazione Volontariamente portiamo a passeggio dei malati mentali».

Invecchiare l’angoscia?

«Il vero dramma è che io mi sento un’adolescente e anche in mia figlia vedo soprattutto una compagna di giochi. Per il resto, dei segni sulla faccia non m’importa e non ricorrerò mai alla chirurgia plastica».

Quali sono i suoi miti letterari?

«Uno è morto da poco ed era Philip Roth, poi i classici, Stendhal, Dostoevskij, Proust che mi ha cambiato la vita».

Cosa vede nel suo domani?

«Ne sono molto spaventata perché penso sempre che le cose belle finiscano. Spero e sogno di vedere Vita adolescente».