5 set 2017

Il Pinot del crinale

Sette "pazz" producono un Nero speciale sull'Appenino toscano

paolo pellegrini
Bottle, glass, grape and barrel still life with restaurant on background.
vini

CI VOLEVA un «matto vero» come Francesco Guccini per impartire la benedizione a un gruppetto di pazzi che si son messi a fare vino… sul crinale delle montagne. Terre considerate già poco ospitali, figuriamoci per la vite. Eppure questi «psicopatici» – sono loro a definirsi così e ridono quando gli scappa detto che se li avesse conosciuti il buon Erasmo avrebbe riscritto l’Elogia della Follia – ci hanno creduto. E sei anni fa è nata l’Associazione dei Produttori di Pinot Nero dell’Appennino Toscano, ribattezzata con simpatia Eccopinò. Il logo è quello delle tre vette affiancate. Ognuno con la sua vicenda umana, in genere gran belle storie perché la viticoltura eroica non può farne a meno. Come la coppia composta da un maestro orafo fiorentino dalle fini mani di cesellatore (ex promessa del ciclismo) e da una giornalista con voglia di scappare dalla città. O l’architetto di grido che riavvia un podere che fu dei Medici a Cafaggiolo. O il pronipote dell’oste di Giovanni Pascoli, oste anche lui prima di dedicarsi a vigne che in qualche caso sono veri e propri dirupi. E poi la coppia di liguri che si spostano di pochi passi, nella terra che fu dei fieri Apui, e rivitalizzano un castello che fu dei Malaspina. E l’enologo cresciuto spiritualmente in una vivace comunità del Casentino, che ricompra il terreno dei nonni. Sono sette, oggi, erano partiti in otto. Ma i territori sono quelli: dalla Lunigiana al Casentino passando per la Garfagnana e la Media Valle del Serchio, il Mugello e la Valle della Sieve. In comune, quando il casentinese Vincenzo Tommasi (primo presidente dell’Associazione) si mise a radunarli per creare una nuova prospettiva per l’agricoltura di montagna, avevano due cose: la neve e la passione per il pinot nero. Già, questa straordinaria varietà che ha nella Borgogna il cuore di riferimento, ma si pianta con buoni esiti quasi dappertutto, e in Alto Adige aveva trovato la sua espressione italica migliore.

I magnifici sette hanno dato vita all'associazione "Eccopinò", producono vino che sanno di montagna e amore

FIN QUI: perché poi sono arrivati loro. Piccoli, piccolissimi: forse una decina di ettari a pinot nero in tutto, al massimo 30-40mila bottiglie. Numeri calati da quando è uscito dalla squadra il Podere Fortuna, quello dei campi un tempo medicei, e senza considerare il colosso Frescobaldi che sta dentro il territorio, il feudo è Pomino che è l’appezzamento anche più alto con i suoi 650 metri. Qui c’è la passione. L’amore per la terra, come insegna da Gattaia nel Mugello Michele Lorenzetti, secondo il rigore del biodinamico. Ricordiamoli tutti: Casteldelpiano in Lunigiana; Còncori in Garfagnana, Macea nella Media Valle del Serchio; Il Rio e Terre di Giotto in Mugello; Il Lago nella Valle della Sieve; La Civettaja in Casentino. Pazzi? Vengono in mente anche i Magnifici Sette. O i Sette Samurai. Assaggiate questi pinot che sanno di montagna e di amore.

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